martedì, Dicembre 1, 2020

Alia – Asteroidi: l’intervista

Alessandro Curcio, aka Alia, non è uno dei tanti nuovi cantautori italiani con la chitarra, emuli di Rino Gaetano, Lucio Battisti o Francesco De Gregori: i suoi riferimenti sono molto diversi, molto poco italiani, e lo si capisce fin dalle prime note di Bouquet, la prima canzone del suo disco di esordio Asteroidi, uscito pochi mesi fa, basata su sparse note di synth capaci comunque di abbozzare una melodia e impreziosita da una performance vocale curata nei minimi dettagli. Sono quindi gli anni Ottanta, soprattutto inglesi, la base della sua musica, anche quando i ritmi aumentano rispetto a Bouquet, per esempio nel singolo Cats, che vede come ospite la sempre ottima Raffaella Destefano, già voce dei Madreblu. Per capire meglio la parabola artistica e le scelte “controcorrente” di Alia lo abbiamo incontrato prima del suo concerto dello scorso 17 gennaio a Lodi, presso i Laboratori24, una bella serata culminata proprio in un duetto con Raffaella. Ecco cosa ci ha detto.

Raccontaci brevemente la tua storia musicale, dagli esordi fino ad Asteroidi, uscito a fine 2014.
Non sono proprio di primo pelo, ho sempre scritto e suonicchiato nella mia cameretta o nel garage di casa. Una quindicina di anni fa invece ho intrapreso le classiche avventure con le band, prima avevo già scritto cose che però erano sempre rimaste nel cassetto. Sono passato da due band di genere diverso, dal britpop al funky. Nel 2010 dovevamo fare una cosa con Giuliano Dottori, però la band si è sciolta e sono rimasti questi miei demo, da cui è poi nato il primo EP con Giuliano. Poi, pochi mesi fa, è arrivato Asteroidi.

Rispetto all’EP Aria di inizio 2013 ho notato diversi cambiamenti nella tua musica, nel suono, che si è fatto più omogeneo e con una direzione precisa. Sembra quasi che nell’EP hai provato diverse strade e che qui invece sei arrivato a una scelta. È così?
L’EP è stato guidato da Giuliano Dottori, io ho portato le demo finite e gli ho dato un’idea di immaginario, un immaginario notturno e umbratile, qualcosa comunque abbastanza etereo e dimesso, vocalmente non volevo urlare. Poi il suono l’ha prevalentemente definito Giuliano, io ho dato solo piccoli accorgimenti, piccoli vezzi, ad esempio che non volevo la chitarra acustica e che volevo la tromba, cose del genere. Invece con Asteroidi sono stato proprio io a dire “voglio questo tipo di suono”, pur sapendo che era un territorio un po’ minato perché Giuliano con il synth-pop non è che abbia avuto moltissimo a che fare, un po’ giusto con l’ultimo disco degli Amor Fou, ma non sulle macchine. Mi piaceva questa cosa un po’ naif di fare esperimenti come si facevano nei primi anni ottanta, quando i Tears For Fears recuperavano una drum machine e provavano. Quindi ho incasellato il discorso sul suono e lui mi ha seguito.

Il suono e gli arrangiamenti che proponi oggi non hanno molti punti di contatto con il resto della scena italiana, sembrano essere più simili a quanto accade nel mondo anglosassone, dove il cantautore con la chitarra che qui va ancora di moda non è più sulla cresta dell’onda, soppiantato da chi scrive canzoni accompagnandosi con l’elettronica e guardando agli anni 80. Quindi, come ti senti nella scena italiana? E invece rispetto a quanto accade fuori di qui?
La scena italiana e la scena inglese si stanno approcciando a questa cosa dell’elettronica in maniera diversa: mentre gli inglesi, e non solo gli inglesi, vedi gli scozzesi Churches, seguono pedissequamente il discorso analogico come lo fecero i Depeche Mode e gli Yazoo, la scena italiana vuole comunque dare qualcosina in più, personalizzare il discorso e adeguarlo ai tempi. Io invece ho cercato di seguire la direzione britannica, quella di essere fuori tempo massimo, mettendoci di italiano solo la scrittura e il bel canto. Per il resto l’approccio era quello del suono analogico.

E ci sono musicisti contemporanei che vedi come modelli da seguire?
In Italia non me ne vengono in mente, anche se ci sono tante cose che stanno uscendo che si rifanno molto al suono degli anni ottanta, penso ai Thegiornalisti, penso anche all’ultimo di Paletti che ho appena ascoltato. Però hanno comunque un’esigenza di essere contemporanei, di essere qui in questo momento pur prendendo tante cose dagli Stadio, da Lucio Dalla o da Alberto Camerini. Dall’estero ti cito ancora i Churches, che hanno fatto un disco secondo me spettacolare che se fosse uscito negli anni ottanta sarebbe stato perfettamente in quella scena. Poi dico: i Future Islands oppure La Roux dell’ultimo disco perché penso che abbia avuto la stessa intenzione, ha fatto un disco sfacciatamente anni ottanta, come se volesse dire “vi faccio un disco Modern Talking”. Dal punto di vista mio della scrittura invece ho voluto riprendere un po’ il Concato e qualcosa dai Denovo, dai Matia Bazar e dagli Erasure (degli anni ottanta).

Come abbiamo già detto, sia nell’EP che nel disco la produzione è di Giuliano Dottori, che co-firma anche due brani su Asteroidi. Com’è nata la collaborazione e com’è stato poi lavorare con lui?
Giuliano è un musicista che stimo, perché oltre ad essere preparatissimo accademicamente parlando, allo strumento è molto espressivo, ha quell’espressività che hanno in pochi secondo me. Lui la chitarra la fa davvero parlare, un po’ come Prince quando fa il solo di Purple Rain, per esempio è il suo solo in Le Guerre Umanitarie degli Amor Fou, che tiene su tutto il pezzo, oppure quel giochetto alla Talking Heads in Padre Davvero: sono cose che sono riconoscibilissime, mi piace per questo. L’ho conosciuto, ho apprezzato i suoi lavori da solista, ora fondamentalmente siamo amici e quando il rapporto diventa confidenziale ti puoi permettere di spingerlo fuori dai binari, come ho fatto per il disco.

Mi sembra molto interessante il lavoro fatto sulla voce nei brani del disco, sembra quasi flebile ma riesce ad emergere con forza. Come ci avete lavorato?
La voce l’ho gestita io. Avevo delle idee di voci molto lontane da quelle di Giuliano e dei suoi ascolti. Per esempio nell’EP si sentono molti rimandi a cose come i Fleet Foxes o Bon Iver, che io apprezzo, ma questa volta volevo fare una cosa rigidamente di quegli anni. Quindi i miei riferimenti sono stati ad esempio le armonizzazioni dei Matt Bianco, i falsetti di Jimmy Somerville, ma anche alcune cose di Mango, non lo dico perché voglio cavalcare l’onda della scomparsa ma chi mi conosce sa che l’ho sempre stimato come voce e come autore fino a fine anni novanta. In questo senso penso ci sia molta ricchezza (secondo me) per chi ha un po’ di nozioni di canto e di studio della voce, ma al tempo stesso non c’è invadenza o voglia di spingere troppo.

Sul disco ci sono anche due collaborazioni eccellenti, anche molto centrate secondo me data l’idea di pop che hanno portato avanti durante le loro carriere, cioè Raffaella Destefano e Cesare Malfatti. Li hai cercati per questo motivo?
Raffaella la ammiro dai tempi dei Madreblu, sono un suo fan storico. Penso che abbia una delle voci più belle del panorama italiano, ha una caratteristica che poche voci italiane hanno, forse l’unica che ce l’ha è Alice, cioè una voce molto ariosa, di campo largo, ti dà quello che io chiamo “effetto Vigorsol”, ti apre stanze che sono importanti nell’ascolto. Oltre a questo è un’autrice che stimo tantissimo. Le ho mandato cinque pezzi, ho sperato che qualcuno le piacesse, perché le scrivevo già da prima di Aria, e alla fine ha accettato di fare questo pezzo, Cats. Con Cesare invece è andata diversamente, lo conoscevo e mi è sempre piaciuto, però più che cercarlo mi è stato suggerito da Giuliano perché con lui ho sempre avuto una sorta di reverenza e un po’ di timore, però ha apprezzato il pezzo e ha voluto partecipare e darsi totalmente perché è stato in studio quattro ore, ha provato tutte le chitarre che aveva Giuliano.

Qualche mese prima del disco è uscito come anteprima il video di Corteccia, molto bello, in bilico tra memorie private e la storia del movimento per i diritti degli omosessuali. Come vi è venuta l’idea per il video?
La canzone parla intrinsecamente di omosessualità e dell’importanza della famiglia come protezione, quindi vivere l’omosessualità in maniera tranquilla e liberatoria, però non è così palese nel testo, per cui occorreva qualcosa che facesse da collante a questo messaggio. Io ho sempre anticipato questo pezzo nei live dicendo che è la mia risposta trent’anni dopo a Smalltown Boy dei Bronski Beat, perché quello era un pezzo di reazione che raccontava di questo ragazzino che doveva scappare di casa perché non era accettato. Io invece faccio il percorso inverso, io torno alla famiglia, quindi per rendere più chiaro questo concetto mi è venuta questa idea dei pride e di assimilarla e mixarla con dei video8 privati.

Il video mi ha un po’ ricordato quello di Glacier di John Grant, uscito pochi mesi prima e legato allo stesso tema. È stato d’ispirazione per il tuo video?
No, non è stato di ispirazione; forse l’unica ispirazione forte per questo video è stato il finale di Philadelphia, con la canzone di Neil Young e i video8 di Tom Hanks bambino.

Il secondo singolo, uscito in contemporanea con il disco, invece è Cats, il pezzo con Raffaella. Credo l’abbiate scelto anche perché è il pezzo più pop e solare dell’album. È così?
Sicuramente per quello. Certo fa gioco anche valorizzare la presenza di Raffaella, perché io mi sto battendo per tirarla fuori e farla tornare a cantare. Ci tenevo che venisse fuori la sua voce, che comunque nel pezzo è molto discreta, giustamente, però fa il suo. Il prossimo video sarà quello di Goldie Hawn, ma non perché c’è Cesare, è un caso.

Per Bouquet esiste anche un’altra versione, la “Vesta Version”. Hai pensato di fare altre cose simili, per esempio dei remix dancefloor-oriented? Per esempio su Cats o Case di ringhiera penso si possa fare un bel lavoro in tal senso.
È un’idea buona. avevo pensato di fare un’altra versione di Bouquet, che è un pezzo che una storia particolare: esistono due versioni perché sono due visioni, la prima è la mia visione, l’altra invece è quella di Giuliano, che la voleva un po’ scuotere. Comunque sì, si era pensato a qualche remix, però sinceramente non mi sono mai mosso in questo territorio quindi prima dovrei capire come funziona il tutto.

Progetti per il futuro?
Gireremo il video di Goldie Hawn, poi cercherò di suonare il più possibile nonostante la situazione avversa. Inoltre sto già scrivendo per un progetto futuro che sarà molto diverso, un altro disco con altri cardini, perché mi piace lavorare a compartimenti stagni.

Fabio Pozzi
Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.

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