domenica, Settembre 20, 2020

Lee Hazelwood – A House Safe for Tigers (Light in the Attic, 2012)

Sebbene artefice del twangy sound che rese celebre la chitarra di Duane Eddy al termine dei ’50 (uno dei più caratteristici stilemi di tutto il rock’n’roll a venire), ed autore di alcuni fra i maggiori successi di Nancy Sinatra nel decennio successivo (uno su tutti, These Boots are Made for Walking), il Lee Hazelwood cantautore rimane qualcosa di sostanzialmente oscuro per il grande pubblico. Non fosse stato per gli omaggi che svariati protagonisti della scena underground gli resero a partire dagli anni ’80 (tra i quali ricordiamo l’interpretazione da brivido di Sand incisa dagli Einstürzende Neubauten) il personaggio sarebbe presumibilmente scivolato nell’oblio. Nonostante il passaparola ed un parziale recupero ad opera della Smells Like Records di Steve Shelley(Sonic Youth), tuttavia, la discografia di Hazelwood conta perlopiù articoli difficilmente reperibili, relegati al mercato dei collezionisti. Una caratteristica che affligge in particolar modo gli album pubblicati dal ’70 in poi, mai stampati al di fuori della Svezia, paese in cui il cantautore americano si era nel frattempo trasferito. Considerato che proprio fra questi ultimi possiamo annoverare alcuni indiscussi capolavori (da Cowboy in Sweden a Requiem for an Almost Lady), salutiamo con gioia la ristampa ad opera della Light in the Attic di A House Safe for Tigers, colonna sonora dell’omonima, delirante pellicola che il regista Torbjörn Axelman realizzò nel 1975 per la TV Svedese, e che vedeva peraltro lo stesso Hazelwood nei panni del protagonista. Non è fondamentale conoscere il film per godere appieno delle composizioni, che raramente cedono alle necessità dello score cinematografico. Solamente lo scanzonato tema della title-track viene recuperato in più di un’occasione, riarrangiato magistralmente in chiave orchestrale (Absent Freinds), blaxploitation (Las Vegas) o accappella (A House Safe for Tigers – Choir), a seconda delle necessità. Altrove Hazelwood dimostra tutto il suo talento nel comprimere melodie ariose e riflessioni ironiche all’interno del classico formato pop da tre minuti, spaziando da ruspanti folk-rock (Sand Hill Anna and the Russian Mouse, Lars Gunnar and Me) ad ipnotiche ninna-nanna (Our Little Boy Blue). Le vette dell’album, poste idealmente ad apertura e chiusura dello stesso, sono quelle in cui l’impronta western si fa più marcata, rendendo pienamente giustizia all’etichetta di cowboy psychedelia con cui la tarda produzione di Hazelwood viene catalogata dalla critica. La ballata Souls Island (un omaggio all’amata isola di Gotland) si dilata fino all’inverosimile – subendo un trattamento simile a quello già applicato da Isaac Hayes nei confronti di Walk On By – in un tripudio Morriconiano di archi e chitarre tremolo. The Nights, con la sua atmosfera cupa e il recitativo caratterizzato dal forte accento sudista, anticipa di almeno cinque anni i Wall of Woodoo. Assolutamente da riscoprire.

Federico Fragasso
Federico Fragasso
Federico Fragasso è giornalista free-lance, non-musicista, ascoltatore, spettatore, stratega obliquo, esegeta del rumore bianco

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