Brasstronaut – Mean Sun (Tin Angel Records, 2012)

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Quando si pongono dei presupposti, si dà per scontato che questi vengano rispettati. Come non ci è dato sapere: in musica soprattutto è l’aspettativa che desta i migliori o peggiori risultati. L’uscita di un nuovo disco da parte di una band stimata per il proprio percorso può essere salutato con una vasta gamma di espressioni: dall’eccitazione della nuova scoperta alla gioia del mantenimento delle tradizioni, fino a passare alla delusione di un episodio minore per arrivare allo schifo completo di una bassa aspettativa e di un risultato ancora peggiore. I Brasstronaut, con grande dispiacere, ricoprono lo spettro corrispondente alle alte aspettative ed al cambio completo di prospettiva. Il pomo della discordia in questo caso è Opportunity, brano contenuto nell’ultimo album dei Brasstronaut e che vi invito ad ascoltare nel Soundcloud della band che indichiamo in calce all’articolo, anche per risparmiarvi l’ascolto (o peggio ancora l’acquisto) di un prodotto che non varrebbe nemmeno la pena ottenere. Opportunity parte con un giro di contrabbasso e chitarra arzigogolato ma imprevedibilmente due campanacci e claphands la fanno virare sul danzereccio. Strumenti classici come il violino entrano al servizio di una dance music moderna, non pomposa ma piacevolmente indie, minimale anche nell’uso dell’elettronica. La batteria ed un pianoforte alla Simply Red suggellano l’unione così riuscita e che, personalmente, aveva fatto sperare in un disco che richiamasse almeno in parte queste suggestioni. Niente da fare. Mean Sun è quanto di più afflosciante poteva produrre un gruppo con questi presupposti. L’indie pop che faceva appena capolino in Opportunity si riversa nella sua mielosità in ogni singola traccia (e farne passare 10 in questo modo poteva essere un calvario). Bounce poteva essere una traccia degli U2 periodo Where the Streets Have No Name, con un pathos non convincente. Francisco aumenta il tiro, parte con gli stessi presupposti ballabili di Opportunity e invece decade nella pomposità di piano e fiati. Originale nel suo insieme, ma non sempre originalità collima con piacere. La titletrack non regala neppure un ritornello ricordabile. Più si rallenta il tiro e più si perde il filo del discorso, come se si sentisse la stessa traccia da un’ora circa (e come se il commento lo facesse vostra madre inesperta di musica); avessero almeno imparato dai Band of Horses, i lenti sarebbero gioielli. Eccezion fatta per Moonwalker, che qualcosa da dire ce l’ha, e la folk Revelstoke Dam, finchè non ci si annoia del main riff. Hymn for Huxley ricorda i Kings of Convenience nel momento in cui ce n’è meno bisogno. Falklands si riprende di poco, suonando wave mescolata a tirate rock. Se siete arrivati fin qui vorrà dire che il mio consiglio di prima non è servito a niente: se volete sentire qualcosa di originale (e di canadese, se siete così etnocentrici) tirate fuori ancora una volta i Fleet Foxes.