Rue Royale: DIY per noi significa velocità, l’intervista

Il loro disco Guide To An Escape (recensito su Indie-Eye da questa parte) ci ha stregati, con le sue canzoni di pura e semplice bellezza, memori del miglior folk e pop delle scorse decadi senza mai sembrare particolarmente derivative. I Rue Royale sono in grado di stregare anche quando suonano dal vivo grazie all’esperienza on the road fatta in questi anni, con un tour dietro l’altro in giro per l’Europa, centinaia di date in cui hanno portato fino alla perfezione la loro intesa, guardandosi negli occhi e ricreando in maniera ogni volta migliore le melodie che rendono così belli i loro dischi. Abbiamo intercettato Ruth e Brookln in occasione del loro ultimo passaggio da Milano, lo scorso 22 aprile, quando si sono esibiti allo Spazio Luce all’interno della rassegna Occhi Negli Occhi, che punta da una parte a tenere sveglia la città anche di lunedì e dall’altra a offrire ottima musica online, con lo streaming e la registrazione dei concerti, intenti riusciti sicuramente con i Rue Royale. Ma ecco cosa ci ha detto la coppia anglo-americana sulla sua musica e su come si approcciano ad essa.

Questo è il vostro secondo tour in Italia nel giro di pochi mesi; cosa vi spinge qui così spesso? Vi piace suonare dalle nostre parti?
R: È la quinta o sesta volta in totale che veniamo in Italia negli ultimi anni. L’Italia ci piace molto, è una cultura abbastanza diversa da quelle da cui proveniamo, ma in definitiva ciò la rende anche molto affascinante ed interessante, sia la gente che anche naturalmente il cibo… Inoltre il pubblico di solito è molto caldo e ricettivo, mi ricordo ad esempio un concerto del 2009 se non sbaglio, in un locale chiamato Tambourine, dove al termine di Tell Me When You Go la gente continuava ad applaudirci ritmicamente e io dissi “ragazzi, siete incredibili!” e qualcuno rispose “no, siamo italiani!”

Mi è molto piaciuto il vostro disco Guide To An Escape, che è arrivato in Italia con qualche mese di ritardo rispetto al Regno Unito. Perché? Avete avuto problemi a trovare un’etichetta che vi distribuisse anche qui?
B: no, in realtà non l’abbiamo proprio cercata. Non ci avevamo pensato nemmeno per la Germania, ma poi ci ha trovato un’etichetta tedesca a cui piaceva la nostra musica e che ci ha chiesto di collaborare per la diffusione dell’album. Quindi è uscito in Germania, dove è andato piuttosto bene, e da lì c’è stata la scelta di provare anche con il resto d’Europa, Italia e Francia soprattutto. Per l’Italia eravamo particolarmente felici, perché amiamo suonare qui e avevamo già un buon numero di fan ed amici.

Il Do It Yourself è stato da sempre una caratteristica della vostra idea di musica e di produzione. Avete sempre lavorato ai vostri album quasi da soli e fatto tour che vi hanno portato a suonare ovunque e in qualsiasi tipo di situazione. Avete mai pensato di tentare un approccio più “usuale” alla musica?
B: è il momento giusto per questa domanda.
R: infatti abbiamo appena registrato un disco e abbiamo deciso di farlo in uno studio con un co-produttore, un amico, e un ingegnere del suono, quindi in modo “usuale”. È stato molto bello farlo, anche rinfrescante. Avevamo ancora il controllo di quello che facevamo, ma questa volta con un aiuto esterno. Inoltre abbiamo chiesto aiuto anche a chi ci ascolta, tramite il crowdfunding su Kickstarter.
B: non abbiamo mai detto “noi vogliamo essere DIY” per motivi idealistici o politici, non siamo una band di quel tipo. Quello che ci spingeva ad essere DIY era la nostra voglia di andare veloci, di muoversi più velocemente di chiunque altro. Volevamo continuare a fare dischi e andare in tour, dimostrare che eravamo una band, che potevamo farcela. Abbiamo dovuto farlo da soli, perché all’inizio nessuno ci avrebbe dato la possibilità di farlo, o almeno di farlo come avevamo in mente. Ora abbiamo chi ci aiuta a produrre i dischi e a distribuirli, delle agenzie di booking e una serie di amici che abbiamo incontrato durante questi anni e che ci danno sempre una mano quando siamo in tour o anche nella produzione dell’ultimo disco
R: quello che è rimasto DIY e credo sempre lo rimarrà è la nostra voglia di essere sempre in pieno controllo di ciò che facciamo, di conoscere davvero la gente con cui lavoriamo e per cui suoniamo, di vederla faccia a faccia. A volte è difficile, la stanchezza ha il sopravvento, magari qualcosa cambierà, ma la nostra idea di fondo resterà questa.

Agli inizi, come avete iniziato a creare questo network di conoscenze ed amicizie? Su internet o on the road?
R: all’inizio ad occuparsi di creare i contatti è stato Brookln, che lasciò il suo lavoro a Chicago e si mise al lavoro su Myspace, contattando più gente possibile per proporre la nostra musica. Poi quando abbiamo iniziato a girare molto in tour le cose sono cambiate, i contatti con la gente hanno iniziato a nascere “dal vero”, con incontri faccia a faccia.
B: i messaggi che mandavo erano personali, non una mail di spam uguale per tutti, cercavo di incuriosire le persone a cui scrivevo ed evitare che cancellassero subito quello che gli avevo inviato. Già quando eravamo a Chicago, prima di trasferirci in Inghilterra, grazie a questa serie di messaggi avevamo una buona rete di contatti e di fan in tutta Europa, che poi abbiamo sfruttato per organizzare i primi tour e diffondere le nostre prime uscite.

Come nascono le vostre canzoni? Avete dei ruoli definiti per il songwriting e gli arrangiamenti o questi sono intercambiabili?
R: di solito è Brookln a iniziare il processo, arriva con qualche idea sulle melodie e iniziamo a parlarci e a confrontarci, cercando di sviluppare queste idee, trovando le parole giuste da cantarci sopra e il modo in cui costruirci un’intera canzone, una sorta di lavoro di concertazione musicale. Per il nuovo disco abbiamo tentato di lavorare in modo un po’ diverso, ho cercato di pensare di più da sola, sono stata via per un po’ di tempo per elaborare idee e testi per conto mio.
B: tradizionalmente ho sempre fatto io la maggior parte della scrittura, è stato così per anni. Ora è come se qualcosa fosse nato in Ruth, nell’ultimo disco è stata molto più protagonista. Anche questo è stato un grande cambiamento del nuovo album, ora possiamo veramente dire che lavoriamo assieme, con le stesse responsabilità.

Una delle mie canzoni preferite di Guide To An Escape è la title-track, che è in grado di creare forti sensazioni, un enorme pathos. Quella canzone mi ricorda un po’ il lavoro di Damien Rice e Lisa Hannigan. Siete d’accordo? O preferite altre coppie a cui magari vi ispirate?
R: in realtà non li abbiamo mai ascoltati, ma è accaduto spesso che venissimo accostati a loro o ad altre coppie di musicisti. Viene abbastanza naturale, ascoltando un duo, pensare ad altre coppie, ma in realtà non abbiamo ascolti particolari di quel tipo.
B: vero, in realtà non ascoltiamo nemmeno tanta musica acustica, e quando componiamo o lavoriamo sulle canzoni non pensiamo mai di voler sembrare come qualche gruppo o musicista. Certo, poi emergono delle somiglianze, spesso ce ne accorgiamo solo dopo, per esempio riascoltando qualche brano ci è venuto da dire “hey, qui sembriamo i Fleetwood Mac” o cose simili. Ma queste somiglianze non sono mai il frutto di una scelta precisa.

In Knocked Back To The Start penso ci sia un mood blueseggiante. Che ne pensate?
B: non ci abbiamo mai pensato da quel punto di vista, ma questa è già la seconda volta in questo tour che qualcuno ce lo dice, quindi deve esserci un fondo di verità. Forse è dovuto al modo in cui suono la chitarra, a come uso alcuni accordi. O forse è perché vengo da Chicago e il blues è entrato in qualche modo nel mio DNA! Ci ho pensato anche poche settimane fa, quando eravamo in Germania e mentre guardavamo un programma in TV è partito un pezzo blues, ho guardato Ruth e le ho detto “questo modo di suonare la chitarra è molto simile al mio, ecco di cosa ci parlavano al concerto!”.

America e UK. Quale dei due luoghi ha più influenza sulla vostra musica?
R: penso sia 50 e 50. Veniamo da background molto diversi, io sono cresciuta in Inghilterra negli anni 90, quindi ascoltavo molto brit pop. Non ho mai ascoltato molta musica americana durante l’adolescenza quindi, ho iniziato più tardi, mentre Brookln è cresciuto in America, circondato dalla cultura e dalla musica americana, da Bob Dylan, dalla musica del sud degli States. Quindi quello che facciamo credo sia una combinazione di questi due mondi.
B: al di là delle influenze musicali, credo che i luoghi in sé abbiano un’influenza sulla musica che una persona produce. Per esempio credo che il clima delle campagne inglesi abbia influito sulla musica che ho composto dopo il mio trasferimento, con i suoi colori tendenti al grigio, la pioggia, la malinconia e anche il fatto che fosse un posto nuovo per me e dovevo adattarmi. In precedenza quando ero a Chicago scrivevo pezzi più solari, o almeno così mi sembra. Poi mi sono abituato anche al clima inglese, quindi direi che da Guide To An Escape le influenze della pioggia si sono fatte sentire un po’ meno.

Nel corso della vostra carriera oltre ai due album veri e propri avete realizzato anche una serie di altre uscite, EP e singoli, in vari formati. Da cosa deriva questa scelta? Avete troppe canzoni per gli album o è un modo per premiare e tenere attivi i vostri fan?
R: è un modo per non aspettare tutto il tempo che passa tra un album e l’altro, per far sentire che ci siamo, anche perché chi ci ascolta, i nostri fan, vuole sempre molto. Mi è capitato ad esempio che il giorno stesso in cui davo a una persona l’ultimo disco, mi chiedesse subito “e il nuovo album quando arriva?”; stava chiedendo già il successivo, ed aveva appena avuto l’ultimo!
B: inoltre ci piace sempre suonare nuove canzoni ogni volta che siamo in giro per concerti, per questo spesso in concomitanza con i tour prepariamo un EP con qualche pezzo nuovo, che poi proponiamo nei concerti. Poi ci sono anche casi diversi, per esempio l’EP natalizio di qualche anno fa ci è venuto spontaneamente, perché è un periodo dell’anno che ci piace molto, in cui la gente sembra migliore e in cui è bello ricevere e fare regali: quindi abbiamo deciso di regalare un paio di canzoni a tema, per far capire quanto ci piaccia quel periodo.

In questi giorni è stato celebrato il Record Store Day. È abbastanza chiaro che a voi i dischi piacciono, ma cosa pensate di questa celebrazione?
R: ci piace, qualche anno fa suonammo anche in un negozio per quell’occasione e realizzammo un singolo, che tra l’altro andò sold out abbastanza velocemente.
B: sì, però c’è qualcosa nel Record Store Day che non mi convince completamente. Mi piace celebrare i negozi di dischi, la musica che si può toccare, su supporti fisici, la cultura musicale che c’è alla base dei negozi. Però ultimamente mi sembra che ci sia un lato oscuro in questa celebrazione, il fatto che per l’occasione escano edizioni speciali costosissime, che sono in realtà un modo per fare più cassa possibile cercando soldi a chi già ne spende nei negozi. Questo fa perdere il vero senso della giornata, secondo me, diventa solo un’operazione commerciale.

Per il nuovo disco di cui avete parlato poco fa, quando sarà la data di uscita?
Il primo singolo uscirà in giugno, mentre l’album in agosto. Questa volta in Italia non dovrete attendere, uscirà in tutta Europa contemporaneamente.

 

I Rue Royale in rete

Le foto di Francesca Pontiggia

 

Fabio Pozzi
Fabio Pozzi
Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.

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