venerdì, Dicembre 4, 2020

Like a Rolling Stone: Bob Dylan, una canzone e l’America di Greil Marcus

Con ben sei mesi di ritardo, Bob Dylan ha recentemente consegnato il suo discorso di accettazione del Premio Nobel in un audio di circa mezz’ora registrato a Los Angeles e inviato a Stoccolma: il bardo del Minnesota avrebbe dovuto pronunciarlo la scorso dicembre davanti al re e alla regina di Svezia, ma sappiamo tutti che le cose sono andate diversamente. Della sua orazione, colpisce soprattutto la chiusura: le nostre canzoni, dice, sono vive nella terra dei vivi, le nostre canzoni sono state concepite per essere cantate, non lette. Le parole dei drammi di Shakespeare sono state pensate per essere recitate su un palco, non per essere scorse sulla pagina di un libro. Il suo affanno di rispondere alla domanda di coloro, non pochi, che hanno manifestato perplessità di fronte alla notizia che sarebbe stato lui, e non un letterato da scrittoio, il Nobel per la Letteratura 2016 si stempera in un richiamo ad Omero e alla sua «Cantami, o Musa»: certo, Bob Dylan invita ad ascoltare, non a leggere, le sue canzoni, rivendicando una loro indipendenza dalla scrittura pensata per un circuito libresco, ma al contempo riconduce la sua arte alla rapsodia primigenia, all’epos di Omero. E chi oserebbe dire che Omero non è letteratura? Esiste, anzi, una letteratura più letteratura di quella omerica?

Bob Dylan – Subterranean Homesick Blues – dir. Arthur Pennebaker (n.d.r. Segno e Parola, un lyric video ante-litteram? )

Un libro di Greil Marcus, giornalista e accademico, è stato al centro di un incontro torinese al Salone del Libro lo scorso 20 maggio, in una giornata in cui, in occasione della fiera dell’editoria, a Dylan è stato dedicato più di un evento: si tratta di ‘Like a Rolling Stone: Bob Dylan, una canzone e l’America’, edito in Italia da Donzelli Editore.

Il testo potrà sembrare vaporoso perché tutto costruito su associazioni e accensioni, privo di una vera struttura portante e di un cardine riconoscibile, ma è, nondimeno, affascinante nel suo ricondurre, attraverso l’analisi frammentaria di una sola canzone, il genio dylaniano alla sua dimensione performativa.

Il libro di Marcus fu pubblicato la prima volta nel 2005 per il quarantesimo compleanno della canzone e riflette su un fatto apparentemente banale, ma in realtà fondamentale: ogni volta che Dylan canta quella canzone, quella canzone nasce per la prima volta, anche se sulle spalle ha un passato lungo decenni. C’è in ‘Like a Rolling Stone’, e nell’opera tutta di Dylan, una simultaneità tra presente e passato, tra alto e basso, tra coltissimo e popolano, tra nuovissimo e antichissimo: c’è la tradizione letteraria, assorbita, interiorizzata e depositata e l’avanguardia, nella voce ammaccata e aspra, nella ritualità che si rinnova ad ogni performance, ad ogni impercettibile spostamento di vibrazione, a ogni oscillazione di timbro.

Bob Dylan – Like a Rolling Stone – Interactive Video teaser (n.d.r. nel 2013 Dylan lancia un video interattivo per consentire all’utente di spezzare l’unità di “like a rolling stone” e ricombinarla in mille lip sync possibili, sullo sfondo uno scenario telepresente)

C’è l’America di allora, còlta nel momento in cui poteva prodursi un cambiamento e non si produsse, e c’è l’America di ogni tempo, l’America degli schiavi sofferenti, del blues come balsamo e come anatema, dei folk singer, della protesta, dei crooner, della contro-cultura e della cultura di lignaggio; c’è il microcosmo e l’universo; la profondità storica e la freschezza virginale del non ancora scritto, del non ancora detto.

Quando Dylan attacca con «once upon a time you dressed so fine», un tempo ti vestivi così bene, ecco, lì c’è la formularità della fiaba e la moltiplicazione dei piani di lettura, la modularità folklorica e la fantasmagoria semantica: chi è la «bambola» che un tempo si vestiva così bene e ora è ridotta agli stracci? Una signorina di buona famiglia finita in un brutto giro? L’America? Entrambe. C’è la lettera che dice «doll» e l’allegoria che gratta il segno e afferra il senso, la riflessione sociale dietro l’episodio minimo. «Come ci si sente?/ Come ci si sente?/ A essere tutta sola / Senza nessuna meta / Una perfetta sconosciuta /Come una pietra che rotola»: Dylan sta parlando alla sua ‘bambolina’ smarrita e alla sua patria, entrambe, la carne e il concetto, sulla stessa strada frastagliata, sullo stesso disgraziato precipizio.

Cosa c’è, allora, di più letterario di questo? Cosa c’è di più letterario di una canzone che vive per il solo breve tempo in cui è affidata a una voce e poi si spegne e non è più, l’effimero che si consuma in un attimo e in quell’attimo, nel rito collettivo dell’ascolto e della sospensione di realtà, dispiega insieme significati infiniti e tutti aggrappati a qualche parola trascinata via dalla musica? In origine, in fondo, era solo questo: l’epica come canto che ripete lo stesso mito di sempre, ma ogni volta, nella performance, rinnovato.

E dunque, anche se qualcuno vorrebbe spacciare il Nobel per la Letteratura a Dylan come una scelta di rottura, è in realtà, delle scelte, la più classica e ‘filologica’ possibile: è un ritorno alle origini, all’essenza della letteratura come celebrazione della parola e della sua potenza incantatoria, come magica sincronia di infinitamente sapiente ed infinitamente acerbo, infinitamente vecchio ed infinitamente giovane.

Carolina Iacucci
Classe 1988, è dottoranda in letterature comparate e, occasionalmente, insegnante di lettere antiche e moderne. Nei suoi studi accademici, si è occupata di Euripide e Bergman, poeti greci classici e contemporanei, Shakespeare e Karen Blixen. Appassionata di filosofia, cinema e giornalismo.

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