venerdì, Ottobre 22, 2021

Jim Cummings, l’intervista e il Making di Thunder Road

Jim Cummings è già al suo terzo lungometraggio, mentre in Italia arriva nelle sale il primo, grazie a Wanted Cinema. Thunder Road, realizzato nel 2018, ha ottenuto il gran premio della giuria al SXSW. Dopo la recensione del film, abbiamo chiesto a lui di raccontarcelo. L'intervista

Abbiamo intervistato il poliedrico Jim Cummings, autore, regista e interprete del suo primo lungometraggio “Thunder Road“. Film esilarante e commovente che arriva anche in Italia a tre anni di distanza dalla sua realizzazione grazie a Wanted Cinema. Cummings, dopo “The Wolf of Snow Hollow” (2020) ha appena completato “The Beta Test“, suo terzo film, dove ancora una volta è dietro e davanti la macchina da presa.

Thunder Road, che era la sua prima prova sulla lunga distanza, era un’espansione dell’omonimo cortometraggio realizzato nel 2016, che si era aggiudicato un ottimo riconoscimento al Sundance, bissato dal gran premio della giuria al SXSW nel 2018.

Originario di New Orleans ma attivo a Los Angeles, Cummings lavora con metodo e approccio diversi dalla prassi dei grandi studios. In Thunder Road, di cui abbiamo parlato approfonditamente da questa parte, costruisce un personaggio originale, commovente, divertente, eccessivo e patetico allo stesso tempo, seguendo lo spirito di una canzone di Bruce Springsteen.
In questa intervista Cummings ci parla del suo personaggio, di ciò che l’ha ispirato e del bizzarro metodo di scrittura che ha affrontato.

L’idea per il corto prima e per il lungometraggio poi è stata ispirata da un evento personale? O comunque quanto di personale c’è nella rappresentazione del vivere un lutto?

Non si basa su un evento personale, ma si basa sull’immaginare la morte di mia madre e su molte ricerche legate a persone che hanno perso i genitori

Quanto di te c’è nel personaggio, al di là del contesto socioculturale tipico de sud degli Stati Uniti da dove provieni?

In realtà c’è una discreta parte di me nel personaggio, la battuta sul wrestling degli alligatori è
davvero di mio padre, così come ho interessanti e bizzarri rapporti con le mie sorelle. Non ho figli miei, ma sono divorziato e faccio affidamento sui miei amici per uscire da periodi di depressione

La quasi ex moglie di Jim muore inaspettatamente alla fine del film. È come se, senza un evento così drammatico, alla redenzione Jim non sarebbe mai arrivato. È stato questo concetto a renderla una scena necessaria?

Volevo imitare la canzone di Springsteen che descrive negativamente il finire a vivere in città e
quanto questo sarebbe orribile, spingendo i personaggi ad andarsene. Abbiamo dovuto concludere il film con un climax, non c’è più nulla per i personaggi in quel luogo, “per vincere devono spingersi altrove”

La sensibilità/emotività di un uomo viene spesso mostrata nei film, ma in questo caso c’è una delicatezza inaspettata che permette un’immedesimazione femminile. Qual è l’idea alla base di questa evidenza emotiva?

Volevo che il pubblico si schierasse con Jim. Ho pensato di riuscirci umiliandolo e rendendolo
accattivante e serio. Volevo che fosse sua madre a trasmettergli quell’eleganza, quindi quando ci sono accenni di dolcezza nel suo carattere, il pubblico li attribuisce al suo voler essere rispettoso nel ricordare sua madre. È straziante

Molte sequenze sono perfettamente coreografate, dalla scena iniziale all’incontro con il professore della figlia Crystal. Quanto è stato lasciato all’improvvisazione?

Non c’è quasi nessuna improvvisazione nel film. La cosa più improvvisata è la scena in cui io e Nican Robinson ci urliamo addosso prima di venire licenziato, ed è successo solo per il divertimento di farci urlare quello che volevamo. Ma per coreografare le riprese non ci può essere quasi nulla di improvvisato. Tutto deve essere preparato prima di essere girato. Adoro la stand-up comedy, da cui ricavo meravigliosi tratti del linguaggio comico come il setup, il
payoff e il callback, ma per questo film la mia ispirazione principale è stata il cinema comico

La scrittura della sceneggiatura è avvenuta in maniera anomala, mediante appunti e un podcast. L’evoluzione e la sperimentazione nell’arte cinematografica sono necessarie, ma rispetto ai registi del passato a quale ti ispiri o ti senti vicino?

Ho sentito che Peter Jackson ha girato scene del Signore degli Anelli – La Compagnia dell’Anello con dei soldatini; ha inserito la musica e il sound design e gli attori hanno dato voce alle parti. Penso solo che le sceneggiature non siano il modo migliore per trasmettere un’idea a un attore o a un finanziatore, come può esserlo, invece, un podcast. Viviamo in un’era altamente high-tech, mi sorprende che Hollywood non si sia adattata ad essa

Amalia Cipriani
Amalia Cipriani ha una laurea magistrale in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale conseguita all'Università di Bologna. Ha frequentato un Master in promozione e digital Marketing per il Cinema. Oltre che per indie-eye, scrive di cinema per altre realtà online

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