Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Uomini contro racconta la prima grande esperienza collettiva del popolo italiano, nord e sud uniti con i loro dialetti a morire per la Patria. La Berlinale 65 omaggia Francesco Rosi con la proiezione di uno dei suoi capolavori, in programma Venerdi 13 Febbraio 2015 alle ore 17:00 allo storico Kino International in Karl Marx Allee 33. Leggi il nostro approfondimento 

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Dal romanzo di Emilio Lussu, Un anno sull’altipiano, quello di Francesco Rosi è un film che del libro ha l’equidistanza dal documentario e dal diario di guerra, del memoriale le unità minime narrative che sono la misura del ricordo, della Storia l’ossessiva ridondanza nel mostrare morti assurde e stragi imposte dalla “folle gloria del comando”.

E’ a De Oliveira che si pensa, infatti, alle sue battaglie campali coreograficamente maestose, quando  il terreno si copre di cadaveri e cavalli stramazzati, dopo un assalto all’arma bianca della cavalleria contro le fila della fanteria.
Ma poi la macchina inquadra una mitraglia che sputa fuoco a volontà, e allora ci chiediamo in che mondo siamo, in quale incrocio di secoli. Uomini contro racconta la prima grande esperienza collettiva del popolo italiano, nord e sud uniti con i loro dialetti a morire per la Patria. Purtroppo, però, contadini e pastori, ragazzi del sud e del nord, costretti o convinti, venuti per fame o per sognare un po’, morirono a grappoli, spesso senza neppur sapere contro chi erano in guerra e perché, mentre una folta schiera di Generali interventisti, mossi da sacro fuoco patriottico e lucida follia, pensavano di essere ancora sui campi di Waterloo.

L’inutile strage segnò il passaggio dal vecchio al nuovo mondo, furono “prove tecniche di trasmissione”, e poi fu storia nota fino al ’45. La forza sovversiva dell’universo figurativo del film, fatto di campi lunghi sull’altipiano brullo e pietroso e inquadrature corte, a ridosso degli uomini, dentro la trincea, ricorda le parole di Losey che qualche anno prima, era il 1964, così parlava del suo King & CountryVolevo che tutto il film desse una rappresentazione della realtà più ampia della vita, ma fosse capace tuttavia di offrire un’immagine sincera, insopportabile, inevitabile, della stupidità e dell’orrore, di ciò che gli uomini possono fare gli uni agli altri”.

Gli eventi non sono organizzati intorno ad un intreccio tradizionale. Brevi annotazioni e flash narrativi sono incastonati dentro inquadrature spezzate, vivono di un montaggio frammentato e di una qualità visiva dominata dai toni del buio e del fuoco. La forza emotiva del film è nel modellaggio psicologico che esercita sul pubblico, lo stesso che il libro provoca nel lettore, orrore e pietà convivono e trovano nella pensosità il denominatore comune.

Fedeli al tracciato segnato da Lussu, Tonino Guerra, Raffaele La Capria e Francesco Rosi scrivono una sceneggiatura scabra, essenziale, sistemano fanti e ufficiali fra Jugoslavia e altipiano di Asiago, lungo il perimetro di trincee e rifugi scavati nella pietra e nel fango, dove l’inverno porta gelo e neve e l’estate brucia senza pietà.
Sono le truppe del generale Leone (Alain Cuny), devono ritirarsi abbandonando Monte Fior, una cima conquistata dagli Austriaci, ma poi dovranno riconquistarla con totale sprezzo del pericolo, ne va dell’onore del Generale. Fra ordini contraddittori e decimazioni ad ogni pretesto, fucilazioni per presunta diserzione o solo per aver dato un alt che non si doveva dare, va in scena tutta l’aberrazione che la Grande Guerra ha portato con sè. Uomini contro nasce dalla necessità di testimoniare, e la scelta di Rosi è innanzitutto linguistica. Già nel titolo, la sospensione dentro l’ellissi priva la sintassi degli elementi base. Resta, nudo, il soggetto, “uomini”. Lo affianca, minaccioso, selvaggio, impudico, quel “contro”. Non è dichiarato un oggetto, si è contro e basta, in guerra soprattutto contro sè stessi. Il paradosso impazza. “Basta soldato italiano, non ti fa uccidere così” urlano gli austriaci dall’alto della loro postazione, ne hanno abbastanza di massacrare quel branco impazzito lanciato sotto il fuoco nemico, costretto all’attacco da comandanti imbevuti di etica militaresca, marionette feroci gonfie di retorica patriottarda.

In apertura, un controluce fotografa la marcia lenta, come curva sotto un gran peso, di soldati col fucile in spalla. La fotografia di Pasqualino De Santis e il martellamento della sezione percussioni a cui Piero Piccioni affianca violini e fiati con cadenze di marcia funebre, lavorano alla costruzione di una tela che pare il negativo del Quarto Stato in marcia di Pellizza da Volpedo. Questa è retromarcia, la macchina torna indietro inquadrando masse scure in movimento sul brillìo delle pozzanghere.
Lo sciacquìo di passi nel fango è il primo elemento sonoro, ancora a schermo nero, quindi un urlo concitato: “Una pattuglia austriaca, fuoco!”.
Segue lo scorcio notturno di una trincea, solo un segmento, tre soldati e la luce riflessa dagli elmetti. La vista è accecata dalle bombe, lampi di luce su tronchi lividi, dagli alberi esce un fantasma nero a braccia alzate: “Camerade!” urla con accento meridionale. E’ un “povero cretino disperso” che ora passa per disertore, credeva che fosse la trincea austriaca e tentava a suo modo di salvare la pelle.

C’è un’umanità in bilico costante tra follia e rassegnazione in Uomini contro, e se all’ottusa volontà del generale Leone fa da contraltare l’ironico buon senso del tenente Odescalchi (Gian Maria Volontè), ben altri ufficiali allineati alle direttive dei vari Capi di Stato Maggiore prefigurano con grande anticipo scenari futuri in camicia nera.
Mark Frechette è il tenente Sassu, il personaggio su cui si addensano tutte le contraddizioni e che sarà il suggello di un film che rigetta la retorica bellicista come il più insano dei tradimenti contro l’essere umano. Il tenente era partito per la guerra sull’onda dell’interventismo che sancì la partecipazione dell’Italia al bagno di sangue. Al generale Leone che ora gli chiede: “Lei ama la guerra?”, dovrebbe rispondere sì, e invece dice: “Quando si è vista la guerra non si ha voglia di parlarne”.
Non è quello che avrebbe dovuto dire, soprattutto non avrebbe dovuto far capire al generale che lui, ora, è per la pace, quella vera. Ne subirà le inevitabili conseguenze.

Paola Di Giuseppe

Francesco Rosi
Uomini contro
Italia/Jugoslavia - 1970

Con Mark Frechette , Alain Cuny ,Gian Maria Volonté , Franco Graziosi, Giampiero Albertini, Pier Paolo Capponi, Mario Feliciani, Daria Nicolodi
Durata 101 min