giovedì, Settembre 24, 2020

A Peine J’Ouvre les Yeux di Leyla Bouzid – Venezia 72, Giornate degli autori

Tunisi, estate 2010. Farah è una diciottenne che vive nella città poco prima della Rivoluzione. Si è da poco diplomata e la sua famiglia vorrebbe che si iscrivesse alla facoltà di Medicina. Lei si rifiuta, ha tutt’altre aspirazioni. Ha un gruppo politico rock di cui lei è la voce. Si sente molto libera e curiosa in quell’estate. La sua prima birra, le prime boccate di fumo, il sesso. Non vuole pensare ad altro che ad assaggiare liberamente questi frutti dal sapore tutto nuovo. Sua madre, Hayet, è molto preoccupata per il libertinaggio di Farah. Anche lei in gioventù era passionale e spregiudicata, e conosce bene le insidie della città. Per questo teme per l’incolumità della figlia.

L’estate descritta da Leyla Bouzid è calda e accogliente, e rimane praticamente in disparte qualsiasi questione politica; e lontana, anche se imminente, è la Primavera araba. Interessante è l’approccio con cui la regista ci mostra la quotidianità di Farah e dei suoi amici, tra prove, concerti, uscite in notturna; mostra un forte desiderio di normalità nonostante la repressione. Ed è sempre il desiderio di “sfondare” unito a una buona dose di incoscienza che spingono i giovani a continuare ad esibirsi, nonostante i loro testi abbiano un contenuto ritenuto pericoloso dallo stato di polizia che vige in quei luoghi.

Ma se da una parte ci sentiamo così vicini alla realtà familiare di Farah ( i litigi con la madre, lo status traballante di figlia di genitori separati ), o alla sua pelle nuda e percorsa dai brividi della sua prima volta, si cercano inutilmente le tracce dell’impegno politico di cui Farah e i suoi amici si fanno fieri porta-bandiera, distante, e con il sapore di una ribellione fine a sé stessa. I rapimenti per le strade per mano della polizia che portano, uno dopo l’altro, i giovani a scoprire la durezza del “regime” vengono lasciati a una dimensione chiusa e privata, come tutta la tematica, appena accennata, legata ai social network, così preminenti durante i fatti della Primavera araba del 2010-11, strumenti che si sono rivelati utili ai fini organizzativi, comunicativi e divulgativi a dispetto dei tentativi di repressione statale.

In A’ peine j’ouvre les yeux vi è un eccessivo sbilanciamento dalla parte del dramma dei sentimenti, che toglie spazio a quello più pressante delle proteste contro la corruzione, favorendo quindi quel cinema minimo, fatto di gesti altrettanto minimi, che lascia sullo sfondo le questioni più laceranti.

Rachele Pollastrini
Rachele Pollastrini
Rachele Pollastrini è curatrice della sezione corti per il Lucca Film Festival. Scrive di Cinema e Musica

ARTICOLI SIMILI

INDIE-EYE SU YOUTUBE

Advertisment

FESTIVAL

Careless Crime di Shahram Mokri: recensione

Dopo due film tanto simili sembrava che Mokri avesse trovato il proprio personalissimo sistema di fare cinema e che fosse intenzionato a portarlo ancora avanti. Careless Crime però è diverso, ma allontanandosene ricorre alla riflessione sul tempo e lo spazio per trasformarsi in una dichiarazione d’intenti. La recensione di Careless Crime

Ca’ Foscari Short Film Festival 2020: Un festival diffuso

Dario Argento, Pino Donaggio, Lorenzo Mattotti gli ospiti speciali del Ca' Foscari Short. Festival "diffuso" tra location fisiche e web

The Flood Won’t Come di Marat Sargsyan: recensione

The Flood Won't Come, una decostruzione dell'aura sacrale che circonda l'odore della guerra. Visto alla SIC di Venezia 77, la recensione

Lucca Film Festival 2020: un festival diffuso

Lucca Film Festival e Europa Cinema, dal 25 settembre al 4 ottobre a Lucca e Viareggio. I concorsi e gli eventi speciali. Tutti i dettagli

Amedeo Nazzari, ritratto d’attore: la mostra a Roma dal 21 Settembre

Amedeo Nazzari, ritratto d'attore. La mostra fotografica dedicata al grande interprete, dal 21 settembre al 18 ottobre alla Casa Del Cinema di Roma

ECONTENT AWARD 2015