giovedì, Febbraio 25, 2021

Abacuc di Luca Ferri: un cinema fuori dal tempo

[Leggi anche la recensione di Abacuc scritta da Paola Di Giuseppe]

Nel poco variegato panorama cinematografico nostrano, il regista bergamasco Luca Ferri – all’attivo una decina di corti, qualche lungometraggio e una serie di metaromanzi – è una bestia rara.

Fra i suoi lavori più noti: Magog (o epifania del Barbagianni) (2011) attraversava i non luoghi e le macerie, i fallimenti edilizi, le squallide palazzine e gli imbarazzanti neogotici della pianura Lombarda; Habitat [Piavoli] (realizzato con Claudio Casazza) (2013) ricostruiva il mondo di Franco Piavoli attraverso il suo rapporto con le stampe, gli oggetti, la casa; Ecce Ubu componeva una serie di filmati in super 8 – scene di vita familiare, viaggi, animali – incardinati in una struttura matematica ricorsiva.

L’edizione 2014 di Filmmaker Festival, dopo l’Anteprima Torinese ospita Abacuc, ultimo lungometraggio edito di Ferri, girato in super 8 e prodotto da Lab 80. Al centro della pellicola, c’è un uomo di quasi due quintali – Dario Bacis, attore non professionista, già apparso in altri lavori di Ferri (Ecce Ubu, Caro Nonno) –, che si aggira con estrema lentezza fra architetture razionalistiche e scenari desolati. Con la sua stazza, Bacis, che ondeggia impercettibilmente, muove un sopracciglio, respira, occupa gran parte dello schermo. Vive in fondo a un vicolo cieco. Si sposta con una barchetta che lo contiene a fatica. Per lo più visita cimiteri. Cerca una compagna. In un negozio di parrucche lo vediamo che accarezza i volti ammiccanti di manichini femminili. Nelle sue visite cimiteriali sembra incrociare una donna reale, ma non è che il suo doppio, con una parrucca nera. Come in un sketch del cinema muto, i due si rincorrono senza incontrarsi mai. Saranno l’uno a fianco dell’altra nelle inquadrature finali, quando lo scalpo irridente di Abacuc sormonterà le tombe di Stravinski e signora.
Il film è muto, in bianco e nero e in pellicola. Per lo più la macchina resta ferma, riprende un movimento infinitesimale in un panorama per il resto completamente immobile. Abacuc non è soltanto, volutamente, anacronistico. Piuttosto è fuori dal tempo, ed è estremamente corrosivo. L’estetica e il linguaggio ricordano, inevitabilmente, gli esperimenti di Ciprì e Maresco e i lavori di Augusto Tretti, suo (dichiarato) ispiratore. Alle immagini si sovrappone una voce automatica, metallica, da segreteria telefonica o da Google Translator, che recita, in italiano e in inglese, pezzi operistici, frammenti letterari, presentandosi di volta in volta come Igor Stravinski o la marchesa di Montecristo. Commenti simil-esistenzialisti in un contesto straniante e stranito, che lavora al contempo per accumulo e sottrazione. Le immagini e le frasi registrate sono ripetute ossessivamente. La musica, necessario contrappunto appositamente realizzato dall’amico/sodale Dario Agazzi, si interrompe spesso improvvisamente, come un interruttore che si spegne. La tela filmica si compone attraverso altri supporti: foto, dipinti, lapidi. Ci sono scene di danze macabre, fotografie dei defunti, frammenti di pitture fiamminghe. Ci sono citazioni e autocitazioni. Un loop o una cantilena, in perenne oscillazione fra desolazione funerea e comicità beffarda.

Sofia Bonicalzi
Sofia Bonicalzi è nata a Milano nel 1987. Laureatasi in filosofia nel 2009 è da sempre grande appassionata di cinema e di letteratura. Dal 2010, in seguito alla partecipazione a workshop e seminari, collabora con alcune testate on line.

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