venerdì, Settembre 17, 2021

Guardiani della Galassia di James Gunn: la recensione

Per quanto la parabola di James Gunn sia scivolata lentamente verso l’addomesticamento, dai fasti con la Troma (la regia non accreditata per l’incredibile Tromeo and Juliet co-diretto insieme a Lloyd Kaufman) al più modaiolo Super, titolo sicuramente intelligente ma di quell’intelligenza “indie” un po’ troppo sbilanciata a favore del motto di spirito, bisogna dare atto al regista di St. Louis di aver ritrovato con Guardiani della Galassia l’anarchia scanzonata degli esordi, pur con alcuni limiti, quelli di un cinema-nostalgia che declinato o meno in forma scorretta si gioca tutto in una serie infinita di rimandi ipermediali che non hanno certo la forza, per esempio, del Cinema ancora sanguinante di Kevin Smith, capace di entrare e uscire dal teatrino “nerd” con una violenza (anche socio-politica) che a Gunn manca del tutto.

Fatte salve queste riserve, l’operazione compiuta sul formato Marvel assicura un divertimento dissacrante e un vorticoso avvitamento tra testi cinematografici che passano al setaccio space opera, lo stesso universo Marvel, il cinema di Spielberg e quello di Lucas, l’animazione Disney, la serie B di Luigi Cozzi  ma sopratutto le avventure nell’ottava dimensione (nell’edizione italiana diventata misteriosamente la quarta) di un eroe sgangherato come Buckaroo Banzai, film culto della prima metà degli anni ’80 diretto da W. D. Richter e che raccontava le gesta di un eroe rock’n’roll interpretato da Peter Weller, per metà fisico, per metà neurochirurgo, che a bordo di un pickup modificato della Ford se ne andava a caccia di una ferocissima razza di alieni interdimensionali.

Senza fare la cronistoria del team marvel, Gunn sembra prelevare alcuni elementi narrativi da entrambe le pubblicazioni, elaborando un’iconografia che per certi versi si avvicina maggiormente ai disegni del 2008 che non a quelli del 1969, ma l’incipit della storia, dove il piccolo Peter Quill, il futuro Star-Lord, riceve l’imprimatur affettivo e filosofico dalla madre mentre giace su quello che sarà il suo letto di morte, getta da subito un amo fuori dallo stagno dei riferimenti filologici, senza guardare ai fumetti di Drake/Cola per spingersi verso l’omaggio al cinema del primo Spielberg.

È una dichiarazione di intenti chiarissima, inclusa la scelta retro-futurista del Walkman con gli “awesome” mixtapes che diventano un attrattore di senso fondamentale per tutto il film, in grado di dialogare con i nostalgici di Footloose (altro film dell’84) e con la furia vintagista di ritorno che è già (nel bene e spesso nel male) un sottogenere della cultura di massa digitale, da instagram alle cover per iPhone.

Da qui in poi, i mutanti che Star-Lord incontrerà, incluso il team dei Guardiani, strizzano l’occhio più a Star Wars che non agli X-men, cercando di offrire una versione espansa della sequenza del primo “Guerre Stellari” ambientata dentro al bar, ricordandoci in un certo modo che la portentosa sovrapposizione tra cultura pulp e science fiction era già compresa nel post-modernismo spintissimo di Lucas, tanto che il cameo conclusivo di Howard, il papero antopomorfo nato in casa Marvel e ri-prodotto dallo stesso Lucas in uno sfortunato film dell’86 diretto da Willard Huyck, sembra suggellare, con la sua apparizione nella stanza del “collezionista” Benicio Del Toro, questa carrellata trasversale alla prassi produttiva coeva de “La casa delle idee”.

Senza raggiungere la genialità di James Mangold, al momento l’unico che con il suo Wolverine è riuscito a costruire una rilettura inedita e colta dell’universo Marvel, Gunn sembra trovarsi a suo agio nella gestione caotica del set e nell’invenzione di una serie di mutazioni divertentissime che preleva in parte dal cinema popolare di animazione, lo stesso che negli ottanta era alla base di alcuni cineasti della scuderia Spielberg/Lucas, da Joe Dante a Zemeckis.

E se l’utilizzo massivo delle tecniche CGI sta a metà tra la suggestione della nuova science fiction colossale e un’imperfezione delirante e guascona che fa pensare ai modellini di Starcrash (il merchandising e la campagna virale del film, hanno puntato ovviamente ad evidenziare la forma “toys” di tutta l’operazione) Gunn si mantiene al di quà di quella scorrettezza triviale che in qualche modo vorrebbe afferrare, perchè se a un certo punto si ha la sensazione di essere finiti dentro la parodia bislacca di Flash Gordon, magari con la memoria che si muove verso la delirante versione “Flesh” di Michael Benveniste e Howard Ziehm, la produzione Disney frena lo spirito più anarcoide e al delirio preferisce ritmo, battute ad effetto e il groove di un piccolo rock movie ambientato nello spazio; Grut in versione bonsai che balla non visto è uno dei divertenti momenti “cartoon” di “Guardiani della Galassia”, ed è forse la chiave di tutto il film.

Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

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