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Si intitolerà Maraviglioso Boccaccio il nuovo film dei fratelli Taviani e riprenderà cinque novelle del Decameron. La riflessione sulla storia e sull’arte come stimolo per una nuova speranza rappresentata dalle nuove generazioni 

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Iniziano in questi giorni le riprese del nuovo film di Paolo e Vittorio Taviani, Maraviglioso Boccaccio, liberamente ispirato a cinque novelle del Decameron e ambientato in una villa nei pressi di Certaldo, terra di origine di Giovanni Boccaccio.

La trama non si discosta dall’impianto letterario originale: nel Trecento dieci giovani, sette donne e tre uomini, si rifugiano in una villa in campagna per fuggire alla peste che divora Firenze. Qui trascorrono il tempo raccontando una novella a testa al giorno e seguendo regole stabilite in totale accordo. Oltre ad un cast di eccezione, che annovera tra gli altri Lello Arena, Kim Rossi Stuart, Michele Riondino, Jasmine Trinca, Carolina Crescentini e Riccardo Scamarcio, l’attesa attorno al film è data soprattutto dal modo in cui Taviani attingeranno al repertorio delle novelle per portare avanti quel rapporto tra cinema e letteratura che è tra i capisaldi della loro produzione artistica. Dopo Padre padrone, ispirato al romanzo scandalo di Gavino Ledda, Kaos e Tu ridi, libere trasposizioni delle novelle di Luigi Pirandello, e Le affinità elettive, tratto dall’omonimo romanzo di Goethe, questa volta tocca a Boccaccio delineare la nuova tappa nel percorso letterario dei registi toscani che dopo l’Orso d’Oro al Festival di Berlino per lo sperimentale Cesare deve morire, tornano nell’alveo della classicità.

Ci sarebbero molte cose da dire su una cinematografia così ricca di spunti e riflessioni. Nell’impossibilità di esaminare in così poco spazio tutti gli ampi contenuti del cinema tavianeo, cercheremo di concentrarci su alcuni aspetti che meglio rappresentano il loro universo poetico, come la riflessione sul ruolo e sul destino dell’utopia, la necessità di una verità storica e morale e il senso della bellezza da ricercare nella storia, nella tradizione e nella natura.

Lo spunto è dato dalle parole di Paolo e Vittorio Taviani rilasciate qualche giorno fa al quotidiano La repubblica: una lunga intervista nella quale affiorano il senso e gli obiettivi del film. Maraviglioso Boccaccio rappresenta un’ulteriore svolta che prosegue la scia lasciata da Cesare deve morire. Se i primi film erano caratterizzati da una forte spinta ideologica, spesso messa in relazione  alle dinamiche della storia e della politica, la produzione degli anni ’80 e degli anni ’90 (in particolar modo Il prato, Kaos e Tu ridi) sancisce la fine dell’utopia e della prospettiva ideologica. Il bello non si trova più nel presente, neppure nella Storia, ma si può ricercare solo nell’arte e nella natura. L’utopia vive ormai nel passato, in un passato lontano che si è fatto mito e non sembra avere futuro. La speranza si affievolisce, lasciando spazio allo sconforto, all’amara constatazione della crisi. E se il passato, in precedenza, serviva per comprendere il presente e costruire un’alternativa per il futuro, o addirittura per fornire una nuova rappresentazione dell’utopia, ora tutto volge al negativo, verso una personale rassegnazione.

Una caratteristica comune di questi film è la dialettica con il presente che, senza la mediazione dell’ideologia, diventa più cupo e complesso. Lo stacco è netto rispetto ai film della giovinezza e il punto di cesura è sicuramente rappresentato dal film Allosanfan. Se, prima, la prospettiva ideologica, seppur tra mille difficoltà, era ancora viva e tracciava una possibile alternativa al reale, Allosanfan esprime proprio la fine dell’utopia, che interviene solo per trasfigurare la realtà ma contiene in sé la consapevolezza del fallimento.

Dopo Allosanfan il cinema dei Taviani cambia quindi registro, devia verso il classicismo della rappresentazione e certifica con forza e rassegnazione lo strappo tra ideologia e realtà. Nei due film ispirati a Pirandello e realizzati in due momenti diversi (Kaos è del 1984, Tu ridi del 1998) questa distanza è evidente: Kaos, in un orizzonte che non contempla alcuna prospettiva ideologica e vira verso una dimensione astorica, sospesa tra realismo e favola, è un film che si abbandona al piacere della narrazione, credendo ancora nella forza trasfiguratrice dell’arte, unica portavoce di un senso della bellezza che la storia ha tradito; Tu ridi rappresenta invece, in maniera netta e radicale, la sconfitta di un presente che si sta accartocciando e non trova più le risposte adeguate per uscire non solo dalla crisi etica e politica, ma anche artistica, visto che l’arte non sembra più capace di trasformare, attraverso il processo creativo e l’immaginazione, la realtà circostante.

Partendo proprio da questa analisi, Maraviglioso Boccaccio potrebbe essere l’ennesimo tentativo dei Taviani di trovare nel passato e nella tradizione il pretesto per spiegare il presente. È questo falso movimento, verso il passato per capire la contemporaneità, che caratterizza ancora una volta il loro cinema. E il soggetto del Decameron sembra adattarsi alla perfezione al canovaccio ricorrente che dimostra come il ricorso all’utopia e il rifugio nel passato sono segnali evidenti della crisi del presente, espressa negli ultimi film dalla contrapposizione a livello prossemico tra spazi aperti e spazi chiusi. In Cesare deve morire l’esclusione dalla vita sociale dei carcerati è indotta dalla trasgressione delle regole ma è il punto di partenza per recuperare il rapporto con l’arte. Una simile situazione si ripeterà nel nuovo film, con l’ordine del mondo chiuso in contrapposizione con il caos del mondo esterno, trafitto dalla peste. La peste del Trecento è la peste della contemporaneità, la peste della disillusione e della perdita dei valori a cui viene opposta la speranza incarnata dai giovani che si rifugiano nella villa e creano un nuovo ordine delle cose. Ancora una volta quindi tornano alcuni temi fondamentali che dimostrano la coerenza di un discorso cinematografico che nel corso degli anni è riuscito con grande coraggio a sviluppare un pensiero autonomo e personale, smarcandosi dalle logiche produttive dell’industria cinematografica. Una marginalità giocata tutta sulla scelta di temi difficili da fruire, che però non hanno impedito ai Taviani di pensare e realizzare un cinema impegnato.

Almeno nelle intenzioni, Maraviglioso Boccaccio apre di fatto una nuova prospettiva: il punto di partenza, come abbiamo sottolineato, è sempre la crisi dal presente, con il conseguente rifugio in uno spazio chiuso. Ma proprio la capacità di creare un nuovo ordine che si contrappone radicalmente alla realtà esterna accende una nuova speranza che, non a caso, è incarnata nella nuova generazione.

Come naturale che sia, con il ritorno del Decameron al cinema, la mente non può che andare a Boccaccio ’70, film a episodi diretto da Federico Fellini, Mario Monicelli, Vittorio De Sica e Luchino Visconti, e soprattutto a Pier Paolo Pasolini e al suo Decameron. Ma se Pasolini concentrò la sua attenzione sulla carnalità come simbolo della decadenza morale, qui la visione dei Taviani sembra farsi più ottimista, con l’esaltazione della bellezza di una generazione che dalla crisi etica del proprio tempo trova la forza per reagire e per riscoprire il senso della bellezza.


 

Michele Nardini

Michele Nardini

Michele Nardini è laureato in Cinema, Teatro e produzione multimediale all’Università di Pisa e ha alle spalle un Master in Comunicazione pubblica e politica. Giornalista pubblicista, sta maturando esperienze in uffici stampa e in redazioni di quotidiani, ma la sua grande passione rimane il cinema