sabato, Settembre 26, 2020

Tracks di John Curran a Venezia 70: una donna sola nel deserto Australiano

John Curran adatta per il cinema Tracks, il libro che Robyn Davidson, esploratrice allora ventisettenne, scrisse due anni dopo la traversata del deserto australiano nel 1977, un cammino di 1700 miglia in compagnia di quattro cammelli e un cane.
Da allora Robyn divenne Lady Camel, epiteto coniato per lei in un dipinto da Jean Burke, figlio di Eddie, guida indigena per un pezzo di traversata non percorribile da sola e maestro insostituibile di sopravvivenza..

Robyn (nel film una convincente Mia Wasikowska), attiva nel movimento per i diritti degli aborigeni e impegnata da autodidatta nello studio delle popolazioni nomadi, allenò per due anni i cammelli e imparò come sopravvivere nel deserto, quindi partì da Alice Springs diretta all’Oceano. Attraversò il tremendo bush australiano, uno dei posti più selvaggi al mondo, vivendo per nove mesi con Dookie, Bub, Zelieka e Goliath, i cammelli, e Diggity, il suo cane. Rick Smolan (Adam Driver nel film), fotografo della National Geographic, unica rivista sponsor dell’impresa, la raggiunse in poche tappe programmate per documentare il viaggio.

La sua presenza, inevitabile ma accettata a lungo con fastidio dalla Davidson, infine si tradusse in affettuosa amicizia.
Nel 1990 Smolan pubblicò le foto con il titolo From Alice to Ocean nel primo CD story/foto interattivo mai realizzato per il pubblico.

L’idea di trarre un film dal bestseller internazionale delle memorie di Robyn è stata inseguita per più di dieci anni da vari registi, mentre il libro e il successivo reportage fotografico di Smolan sono divenuti successi planetari, ben al di là delle intenzioni che avevano spinto la donna a quello che fu definito “un puro e folle gesto di indipendenza”. Viaggio durissimo, esperienza ai confini dell’assurdo, fu affrontata come sfida a sè stessa, con scarsi finanziamenti e nessuna prospettiva legata a quelle operazioni pubblicitarie che spesso seguono le fatiche di globetrotters estremi.

Nel libro la Davidson volle raccontare la sua esperienza, ma è illuminante leggere cosa dice dell’effetto straniante della scrittura, che assorbe i suoi ricordi rendendola quasi estranea a sè stessa: Ho scritto un libro due anni dopo aver raggiunto l’Oceano Indiano, la fine del viaggio.
In un piccolo appartamento, dall’altra parte della terra, una straordinaria opera di memoria ha avuto luogo, ricostruendo interamente nove mesi, ogni singolo campeggio durante un cammino a piedi di quasi 3000 chilometri. Ricordi limpidi (o almeno così mi sembrava allora).
Ma una volta che il libro è stato pubblicato, i ricordi cominciarono a svanire, come se il libro li avesse rubati. Il vero viaggio, chi ero quando l’ho fatto, tutto è crollato, lasciando dietro una somiglianza chiamata Tracks, e alcune fotografie di una giovane donna che ho avuto difficoltà a identificare con me. Erano fotografie mozzafiato, ma dal momento in cui le ho viste mi hanno messo a disagio. Ho capito, in modo rudimentale, che rappresentavano una perdita di soggettività, e che il viaggio, il mio viaggio, alla fine, sarebbe stato riassunto dalle sue ricostruzioni.

Le immagini di Rick Smolan nel ’90 avevano reso un buon servizio alla memoria, e quello spazio sconfinato e primitivo, devastato dalle tempeste e inaridito dal sole, era tornato a vivere nel flusso delle immagini, complementari alle parole.

Curran ricompone quella materia densa, piena, ancora ribollente di forte pathos, con risultati di buon livello ma privi di quello scatto, quell’emozione forte che ci si aspetterebbe da un tema del genere. Si avverte uno slancio trattenuto nel dare forma visiva a quella particolare fuoriuscita dai propri confini che sempre un viaggio comporta, in termini di smarrimento e riappropriazione inedita del proprio corpo, perdita di sé e riscoperta sotto altro cielo.

Avvertiamo esitazione nel dare l’affondo, si resta sulla soglia di quel senso tragico che la traversata assume per chi l’affronti nelle condizioni in cui l’ha affrontata Robyn. La sua essenza di avventura dell’anima e del corpo, la scoperta di energie inedite in un percorso che nasce dal conflitto con una civiltà in cui non ci si riconosce più, non diventano materia filmica tale da farsi percepire oltre i limiti del buon manufatto.E qualche scena ad effetto (la morte del cane, il pitone che scivola sul corpo della donna addormentata, per citarne alcune) più che espedienti retorici non appaiono.

Quella di Robyn è stata la sua “traversata del deserto” di biblica memoria, la metafora che diventa reale, non una fuga alla ricerca della felicità né vagheggiamento del mito del buon selvaggio.

Le désert est une espace où l’esprit voyage. Sa traversée est initiation” dice Pierre Nouilhan.

Robyn si è confrontata giorno per giorno con la sua fragilità e le sue paure, il suo cammino nella solitudine è stato imparare a vivere la solitudine come condizione umana.
Senza cadere nel suo abisso.
Nel suo libro è riuscita a dirlo, il film non fa altrettanto.

Paola Di Giuseppe
Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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