Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

11 Settembre, 2009
Venezia 66: Soul Kitchen – di Fatih Akin (Germania 2009)

Di

soul-kitchenAlexander Hacke, bassista degli Einstürzende Neubauten, nel suo viagggio attraverso il tessuto musicale di Istanbul filmato da Akin in Crossing The Bridge si chiede quanto abbia assimilato di quei suoni e quanto invece ne sia rimasto fuori, dopo averne grattato la superficie. E’ un’osservatore in transito quello del cinema di Akin, in lotta per la metamorfosi di un’identità cerca nel metissage la possibilità di inventarsi una nuova illusione dell’esistere conservando un forte contatto con le proprie tradizioni. Anche quando Akin non filma direttamente i luoghi della Turchia, cerca di cogliere lo spirito che anima città come Amburgo in un processo di mutazione apolide. In questo senso, il cinema di Akin è animato da quell’amore per le dinamiche del caso che tendono verso i meccanismi della commedia anche quando questa rivela contingenze tragiche. Nussun stupore per Soul Kitchen, al di là delle dichiarazioni a mezzo stampa, è un film perfettamente in linea con l’estetica del regista di origini Turche che non aggiunge niente di nuovo alla sua filmografia; il ritmo ansiogeno, la costante mutazione dello spazio, un’ideale connessione con il suo film più nomadico,im Juli, e la tendenza a forzare il dispositivo verso la riuscita del meccanismo. Nei tempi imposti di questa commedia i difetti del cinema di Akin si vedono tutti; contrariamente ai presupposti si tratta di una propensione verso il visivo invece di un reale talento per la visionarietà libera del viaggio; Soul Kitchen è volutamente ambientato in uno spazio chiuso, quasi a volerne sottolineare le possibilità combinatorie, il fermento culturale, sfortunatamente siamo di fronte ad un esempio di cinema negativamente claustrofobico, chiuso e consolatorio che dopo aver grattato la superficie di una cultura, ne rivela un poster colorato.

Michele Faggi