mercoledì, Gennaio 20, 2021

Aleksandr Sokurov; il ritmo persistente dell’elegia – Il sole

Tre milioni di soldati e civili giapponesi morirono in una guerra condotta in nome dell’Imperatore, e questa è Storia incontrovertibile, l’alleanza con le potenze dell’Asse costò al Giappone il prezzo che tutti conoscono. Grandi registi giapponesi, ognuno per la sua strada e con i modi  della propria poetica, hanno raccontato di quel mondo prima così chiuso, impenetrabile, geloso custode di tradizioni millenarie,  poi devastato e come corrotto da ben altro tsunami che Fukushima.
 Le donne senza futuro di Mizoguchi, i bassifondi, gli angeli ubriachi e le meravigliose domeniche di Kurosawa, le ciminiere e i treni di Ozu, i giovani idealisti ribelli e traditi di Oshima sono il racconto vero che i libri di storia non potranno mai registrare nella loro asettica, benchè necessaria indipendenza.
 C’era un sole, in Giappone, Hirohito, 124° imperatore discendente della Dea del Sole, figlio di Taisho, nipote di Meiji. 
 Aveva inaugurato nel 1926 l’ era Showa, o della pace illuminata.
Il 6 agosto del ’45 alla “luce di mille soli” nulla rimase “…della scolara di Hiroshima”.

Era il mattino del 15 agosto quando Hirohito si presentò al Generale MacArthur:
“Io vengo davanti a Lei, Generale MacArthur, per offrire me stesso al giudizio delle Potenze che Lei rappresenta, come colui che porta l’esclusiva responsabilità per ogni decisione politica e militare adottata e per ogni azione compiuta dal mio popolo nella condotta della guerra”.

Sulla corazzata Missouri nella rada di Tokyo la resa senza condizioni del Giappone agli Alleati fu firmata il 2 settembre.
Gli storici si sono incaricati di dibattere e scontrarsi negli anni sulle responsabilità imperiali, molti sono coloro che avrebbero volentieri visto Hirohito seduto in un tribunale giudicante sui crimini di guerra, noi uomini comuni sappiamo che morì di tumore il 7 gennaio 1989 e ricevette onori di Stato.
 Tiziano Terzani lo definì “prigioniero della storia”, Sokurov ne fa un ritratto ipnotico, un Imperatore con l’anima di un bambino, chiuso nella corazza disumana di un bunker e di un ruolo che l’hanno plasmato, lui così piccolo e chapliniano nel vestire e nell’incedere, nel guardare con stupore infantile il rude soldato americano che tenta di catturare l’ibis sacro in giardino, nel prestarsi al loro vociare schiamazzante mentre lo fotografano fra cespugli di rose.

“Sembravo davvero un attore ?” chiede al reporter.

“Non so non vado al cinema”

“Neanch’io” risponde, forse con una nota di malinconia nella voce, o forse con involontario umorismo.

Quasi due ore bastano a Sokurov per mettere a nudo l’uomo che divenne Dio, la scena è intrisa di colori salmastri, grigi e fumosi negli esterni, gli interni sembrano stringersi intorno alle persone; ciambellano e vecchio cameriere si muovono silenziosi e attenti intorno al loro Sole, la fronte s’imperla di sudore nell’abbottonargli la camicia, trepidano per ogni sua mossa, non sanno cosa sta per accadere, la “Dichiarazione della natura umana dell’imperatore” è fuori dalla loro capacità di comprensione e Hirohito dovrà dare una sberla al vecchio servo che non si decide a lasciarlo solo a sbrigare le sue cose, compreso l’obbligo di cambiarsi d’abito.

Sokurov ha una misura sublime nell’accordare i toni, tragedia e commedia convivono in felice simbiosi, e la loro linea mediana è l’elegia, canto severo e sereno insieme di un essere umano che si perde felice a mescolare inchiostri su carta di riso per parlare dei fiori di ciliegio e poi va incontro al Generale nemico che gli pone domande tremende, chiede lumi allo scienziato sulla Grande Luce del Nord che illuminò il nonno Meiji e poi gli regala una tavoletta di cioccolato, dono degli Americani, quando la risposta dell’uomo di scienza (“ è un fenomeno inaudito per la latitudine di Tokyo!”) non lo convince, forse non ha mangiato nulla a colazione.
La scelta di Issey Ogata per interpretare Hirohito è eccezionale, il suo nome rimase segreto fino alla fine della produzione, un tabù era infranto, mettere in scena l’Imperatore, ma entro certi limiti.

La caratterizzazione che l’attore realizza è pregevole e, unita alla reale somiglianza con il personaggio storico, contribuisce a quella ricerca di perfezione formale che distingue tutta l’opera di Sokurov.
Lo spasmo al labbro superiore che lo fa somigliare ad una carpa in procinto di soffocare, l’entusiasmo ingenuo del biologo marino nell’esclamare: “Che bellezza celeste!” di fronte ad un campione di granchio, i suoi idoli privati sulla scrivania, Darwin innanzitutto, e Napoleone che finisce in un cassetto dopo l’incontro con Mac Arthur, il silenzio mite e assorto con cui sfoglia le foto di famiglia, la madre, lui piccolo… cosa pensa quest’uomo che tutti hanno chiamato Dio?

E’ la domanda che Sokurov ci costringe a porci ad ogni scena.

Sullo sfondo di una Tokyo spettrale, ora visione reale attraversata dal corteo di macchine di rappresentanza, ora visione fantascientifica della mente di Hirohito, con i bombardieri B-52 in forma di enormi carpe guizzanti, si chiude questo frammento di poesia che nasce dalla storia di un uomo, forse infelice o forse, a suo modo, appagato da un gesto inevitabile, doloroso, eppure grande, della grandezza solitaria dell’eroe tragico che nulla ha di ultraterreno, era soltanto un sole senza luce.

 

Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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