Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Il titolo proviene da una preghiera cristiano-ortodossa, il lungo sviluppo del film ne chiarirà il significato e il rapporto con la trama e la sua eroina, una delle donne più famose della letteratura mondiale, Emma Bovary; Paola di Giuseppe su Save and Protect di Aleksandr Sokurov... 

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Il titolo proviene da una preghiera cristiano-ortodossa, il lungo sviluppo del film (quasi tre ore) ne chiarirà il significato e il rapporto con la trama e la sua eroina, una delle donne più famose della letteratura mondiale, Emma Bovary. Dunque c’è Flaubert sullo sfondo, con i suoi 4500 brogliacci scritti durante i sei anni di stesura del romanzo, che gli valse un processo per immoralità. Il giudice “condannò moralmente” quest’opera straordinaria del suo genio “poiché la missione della letteratura deve essere di onorare e di ricreare lo spirito, innalzando ed epurando i costumi”.

La povera Emma, ad un tempo inerte e cedevole, ha contro di sé “le debolezze della carne e la sottomissione alle leggi … La sua volontà, come il velo del suo cappello tenuto da un cordoncino, palpita a tutti i venti, c’è sempre un desiderio che trascina e una convenienza che trattiene.” Non ha l’onestà e la purezza di Jane Eyre, non è un’inquieta e insoddisfatta, Madame Bovary è in cerca d’amore.

E’, nel 1800, quello che sarà Rossella O’Hara di Via col vento quasi un secolo dopo. Una donna assai pratica, libera dentro, più forte degli uomini che la circondano, con una sua etica molto, molto personale. Ma cosa volle dire a noi, e in particolare a Sokurov, Gustave Flaubert, oltre al celeberrimo “Madame Bovary c’est moi”? Chabrol dichiarò di voler interpretare con totale adesione lo spirito di quel grande:

L’ambizione era di fare il film come lo stesso Flaubert l’avrebbe concepito se avesse avuto una macchina da presa invece della penna: niente di più, nient’altro e, se tutto va bene, niente di meno

La borghesia è una classe, ma anche una condizione dello spirito e la classe durerà meno della condizione dello spirito. La mentalità borghese sopravviverà in tutti i regimi sociali e la cosa peggiore è che i borghesi, inseriti nel loro lavoro, non sono poi così infelici: appena fanno soldi, non ci sono più problemi

Per Sokurov è nata una sfida soprattutto linguistica e filosofica, lì dove Flaubert dice: “… e il linguaggio umano è simile ad un tamburo rotto su cui battiamo melodie per farci ballare gli orsi, mentre ciò che desideriamo è fare musica che commuova le stelle” Inadeguatezza della parola a cogliere la vita, la vita di Emma è  “un tessuto di bugie”. Riscrivere le regole della comunicazione, dunque, e farlo con un occhio che interroga la storia dell’uomo scendendo a cogliere istanze che il visibile ignora: “La gente di solito ha un’idea rudimentale e ipersemplificata del visibile, di quel che vediamo– afferma il regista- La natura ci ha dotato della capacità di vedere. Perciò pensiamo che tutto ciò che appartiene al mondo del visibile sia e debba essere immediatamente accessibile, e che godersi questo mondo visibile non esiga alcuno sforzo” ( Aleksandr Sokurov, Eclissi di cinema, a cura di Stefano Francia di Celle, Enrico Ghezzi, Alexei Jankowski. Torino, Associazione Cinema Giovani – Torino Film Festival, 2003, p.237 )

Sokurov affida la parte a Cécile Zervoudaki, donna russo/francese, un viso di rara espressività, ora bello, misterioso, ora avvizzito e spento, a tratti dolce e poi attraversato da spasmi dolorosi, estasi sensuali e frenesie isteriche.

Ethnolinguista per professione, Cécile nel film parla uno strano miscuglio delle due lingue che ne accentuano l’estraneità a quel mondo, angolo sperduto dell’immensa  campagna russa dove il mercante arriva con abiti, scialli e merletti che la faranno indebitare fino alla bancarotta. Il marito, medico di campagna, più macellaio che discepolo di Ippocrate, è un pietoso concentrato di bontà e dabbenaggine, non vede, non capisce, l’adora e darebbe, inutilmente, la vita per lei. Il canovaccio rispetta dunque le linee essenziali della vicenda, con corredo di amanti, illusioni e abbandoni, ma è l’esperienza della perdita come manifestazione della natura tragica della vita umana quella che emerge nel lungo e lento susseguirsi dei quadri. La vicenda della donna traspare in qualche aggancio al reale che sopravvive all’opera di sottrazione del regista, la sua agonia diventa un’ esperienza metafisica in cui si riducono all’essenziale i connotati legati all’occasione, ad una trama con un prima e un dopo. Si susseguono piuttosto epifanie di una condizione umana incarnata in una donna che fin dalla prima scena è una presenza ipnotica, la seguiamo nella lunga evoluzione che la trasforma con la lentezza dei fenomeni stagionali. Avvolta in un rozzo saio di tela grezza, nella sua stanza da letto di arredo spartano e paesano, all’insinuante mercante che la tenta con le sue raffinate meraviglie chiede: “Avez vous des livres?”, ma poi sembra che il prezioso ventaglio e la ricca sciarpa la seducano, la sua gestualità e l’espressione del viso rivelano un modo ancora primitivo di vita esteriore, il sesso coniugale consumato come dovere nella scena successiva, con il corpo maialesco del marito che si agita sul suo lungo corpo flessuoso nella penombra azzurra della stanza, illuminata dalla finestra sul fondo e dietro i vetri l’ immobile verde dei boschi e l’alba grigia, i primissimi piani sul suo volto assente, a tratti sofferente e infine sollevato dall’adempimento dell’obbligo, tutto racconta di una parabola di schiavitù e adeguamento alle sue leggi, mentre il coro solenne di Iouri Khanine che parte sui titoli di testa intona moduli molto vicini al Requiem mozartiano e s’interrompe sull’ultimo spasmo con un fragore di gong.

Mosche sul cibo, ronzio di sottofondo sulla colazione dell’uomo appagato, lei lo guarda inerte, non parla, gli toglie piume d’oca dai capelli unticci, poi apre il ventaglio e si copre il volto. “Sono bizzarri questi giapponesi”, ridacchia ottuso il marito mentre mastica e lei guarda con i grandi occhi sgranati un punto nel vuoto. La scena successiva segna l’inizio della rivolta, la nevicata di piume dei cuscini, il suo abbandono sul letto, l’apparire di uno dei suoi futuri amanti, e poi, tra mucche e capre, in uno scenario da esterno fiammingo, cominceranno le sue visite al mercante/antiquario luciferino che le porta pezzi di Parigi e fa improvvisare alla sua assistente gobba défilé di abiti che la vedremo indossare, sempre più bella e charmante, fino all’ultimo, quello viola, meraviglioso, che la contessa de Monsoreau, descritta da Dumas, indossò per la sepoltura e tenne addosso cent’anni… “basta lavarlo con dentifricio per togliere le macchie di sangue…”

dice il mercante, e lei compra tutto, e alla fine dovrà ipotecare la casa per debiti. Il surreale e il fiabesco s’insinuano a questo punto e le sezioni del racconto si susseguono con stacchi simili ai grandi cicli di affreschi nelle chiese, con le storie dei santi che vanno avanti fino al martirio finale. Ma qui c’è una donna reale che appare a volte come iconostasi, sul cavallo, vestita di bianco, la figura avvolta di luce fa pensare alla Masago di Rashomon, in altre scene va verso l’amante con lo stesso impeto di una Lady Chatterley, ma tutti vogliono il suo corpo, e lei vuole la luna. Precipitare verso una situazione irreversibile di solitudine e annullamento è ormai inevitabile, e la donna che voleva i libri e cercava l’amore trova il veleno per topi.

Una piccola donna impotente, grandi uomini potenti, cosa cambia? “Che cos’è un imperatore? Non è altro che un uomo chiamato così, nient’altro che un’ombra. Che cosa si definisce imperiale? Qualcosa di inventato, di artificiale. La grandezza che non esiste. Magari abiti in un bell’appartamento, in un edificio magnifico, milioni di persone conoscono il tuo nome, sei ricco, e poi un bel momento il tuo cuore cessa semplicemente di battere. E finisce tutto. È la forza banale della morte, la forza banale della fine della vita umana!” ( ibid., p. 263 )

 L’uomo è solo uno sconosciuto che vaga cieco fino alla morte, ma qualcosa del suo passaggio può salvarsi ed essere protetto, Save and Protect, tre bare avvolgeranno la donna, una di quercia, una di mogano e una di metallo, come Napoleone. Il marito, l’unico che l’abbia amata pur nella sua primitiva semplicità, è ripreso in primo piano, i suoi occhi buoni e infelici guardano a lungo in macchina. L’anima della donna ora ritorna alla sua casa perchè il corpo è sepolto, il dramma filosofico si è concluso. La funzione poetica del linguaggio ha comunicato la propria forma, ha suscitato emozioni e riflessioni attraverso la musicalità delle parole, i colori e le forme della natura hanno dipinto i loro quadri, il coro ha ripreso il suo Kyrie mentre la donna, di nuovo giovane e viva, è ora nella sua casa.

Paola Di Giuseppe

Aleksandr Sokurov
Save and Protect
URSS - 1989

Con Cecile Servudaki, Robert Vaap, Aleksandr Cerednik, Viktor Palec
Durata 167 min
Titolo originale Spasi i sochrani