giovedì, Dicembre 2, 2021

La Bocca del Lupo – di Pietro Marcello (Italia, 2009)

Ciò che c’è di nuovo ne La Bocca del Lupo, è la sua assoluta disinvoltura nell’essere vecchio. La sua freschezza risiede nel coraggio di non essere vintage, nella voglia di essere passato coniugato al presente senza essere passatista. Ce ne occupiamo solo adesso, solo per ragioni di tempo e di spazio, dopo il trionfo al Torino Film Festival e il David come miglior documentario, ma dateci la soddisfazione di unirci al coro di lodi, dato che l’opera prima di Pietro Marcello rappresenta davvero una perla rara, da ammirare però senza rubarla al guscio grezzo della sua ostrica. La storia d’amore tra Enzo e Mary è un soggetto spontaneamente maledetto, improbabile e inattuale, ma proprio vederne i protagonisti respirare e aggirarsi per i giorni nostri (che sono nostri per appropriazione indebita e arrogante) ci dice molto dello sgretolamento multiforme della società contemporanea. Di macerie parla il film, e maceria vuole essere. Crollano palazzi e impalcature nei filmati d’archivio, che altro non sono che detriti di sguardo, insieme ai giochi di strada dei bimbi, ai tuffi dal molo, al lavoro nei tunnel, agli ecosistemi dei vicoli e del porto di Genova, che è impossibile riportare alla vita senza scavare, senza lasciare graffi e aloni sulla pellicola. Le schegge visive e sonore si susseguono e affastellano testimoniandosi a vicenda, amplificando via via la sensazione della propria assenza nel nostro quotidiano. Maceria disseppellita è la stessa pratica del found-footage, per troppo tempo predicata nel deserto della sperimentazione e recentemente restituita alla narrazione dal lavoro di Alina Marazzi, distante da Marcello per tematiche sociali ma affine per la sconfinata fiducia nell’empatia tra immagine e immagine. Maceria è lo scultoreo Vincenzo, galeotto genovese dall’accento siciliano, caratterista di sè stesso senza traccia di sofisticazione, reperto archeologico di icone maschili in estinzione, violento in ogni premura e premuroso in ogni violenza (tutto racchiuso nella spaventevole fermezza con cui accarezza i propri cani). Maceria è il corpo del travestito Mary e la sua dipendenza da eroina sostituita dalla dipendenza per un orco-bambino conosciuto nel limbo atemporale del carcere. Poi la separazione forzata causa scarceramento di lei e la voglia di preparare al meglio un angolo vecchio in un mondo nuovo che sapesse accogliere il gigante senza spaventarlo. Nello sguardo di Marcello non c’è traccia dell’entomologica ed epica stratificazione delle classi mostrataci ai tempi da Visconti o Pasolini e ultimamente recuperata con scarso tempismo da Io Sono L’Amore di Guadagnino. Le miserie non creano più scompiglio tra le ipocrisie del benessere, ma chiedono piuttosto di aver diritto di esistenza senza commiserazione. Come i due protagonisti, appoggiati con tenerezza l’uno a l’altro sul fondale della loro esistenza, questo cinema non rischia di invecchiare o snaturarsi perché chiede solo di esistere e mostrare, senza giudicare altro se non il giudizio stesso.

Alfonso Mastrantonio
Alfonso Mastrantonio, prodotto dell'annata '85, scrive di cinema sul web dai tempi dei modem 56k. Nella vita si è messo in testa di fare cose che gli piacciano, quindi si è laureato in Linguaggi dei Media, specializzato in Cinema e crede ancora di poterci tirare fuori un lavoro. Vive a Milano, si occupa di nuovi media e, finchè lo fanno entrare, frequenta selezioni e giurie di festival cinematografici.

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