martedì, Settembre 22, 2020

Venezia 65 – Teza, di Haile Gerima – in Concorso

Un grosso granaio a forma di cilindro, crepato da numerose fessure, riversa i preziosi chicchi ovunque, mentre un uomo cerca disperatamente di tappare i buchi infilandovi fogli appallottolati strappati da un libro. Questa immagine onirica è una delle più significative di Teza, quella con cui il regista etiope Haile Gerima ha voluto palesare il punto di partenza del film: “L’incubo di Anberber, con il granaio bucato, è il mio: non sentirmi all’altezza delle attese della mia famiglia contadina, che mi avrebbe voluto medico, e il relazionarmi con difficoltà all’Etiopia attuale”.
Il percorso esistenziale di Anberber rispecchia in gran parte, infatti, quello autobiografico del regista che si è allontanato dal suo villaggio d’origine da giovanissimo, deludendo in seguito le aspettative della sua famiglia che lo voleva medico per curare le numerose malattie che da anni decimano la popolazione etiope. Tornato in patria sotto il regime di Mengistu per la morte della sorella, Gerima prova un profondo senso di spaesamento: non riconosce più i luoghi della sua infanzia, e anche i suoi ricordi gli sembrano inficiati e svalutati dall’estraneità del presente.
Teza– rugiada, in un dialetto etiope-è costruito in modo da restituire questo spaesamento spaziale e temporale: un montaggio serrato alterna il presente del ritorno al villaggio con il ricordo degli anni ’70 a Colonia mentre in Etiopia imperava ancora Selassie e gli anni ’80 ad Addis Abeba sotto il regime socio-reazionario di Mengistu.Ma la dimensione del ricordo è un privilegio che Anberber riacquisisce piano piano: trovarsi precipitato in un mondo che non gli è più familiare, infatti, dove i segni del regime che doveva portare la libertà al Paese semina soltanto terrore, lo privano inizialmente anche della sua infanzia, del ricordo di come è rimasto mutilato di una gamba, dei volti che hanno caratterizzato la sua permanenza in Germania.
Stregato dall’irriconoscibilità del presente, e non dagli spiriti maligni, come pensano la madre e i religiosi del villaggio, Anberber è ossessionato da un passato che si ripresenta soltanto a intermittenza, negli incubi notturni o nelle visioni di sé, bambino, che infrangono e si sovrappongono alla realtà.
Forte sembra essere nella memoria storica del regista la presenza del popolo italiano nel suo paese, alla quale aveva già dedicato un documentario, Adua,sulla prima guerra italio-etiope avvenuta alla fine del XIX secolo, presentato a Venezia nel 1999 . Il regista inoltre si sta già adoperando per la creazione di un documentario sulla seconda occupazione italiana, quella fascista, in Etiopia, di cui il film mostra varie tracce, prima tra tutte la Montagna di Mussolini, un monumento situato su di un colle presente in molte scene. “Mio padre ha combattuto contro l’atrocità fascista e mia madre è cresciuta in un orfanotrofio cattolico. La nostra tradizione orale conserva ancora oggi il ricordo dei guerrieri etiopi morti per liberarci dal giogo di Mussolini.”
Immediato appare il parallelismo tra il regime fascista e quello marxista di Mengistu, di cui il film mostra le violenze e il terrore giustificato con la cieca adesione alla causa socialista, rovescio inaspettato della medaglia marxista in cui Anberber aveva creduto nei migliori anni della sua giovinezza.
Teza ha una struttura complessa, ma lo sfasamento temporale e di registri non affatica minimamente i 140 minuti del film, merito di una sceneggiatura coesa ed efficiente giustamente premiata dalla giuria. Lodevole è anche la tenacia con cui Gerima e il suo produttore, K.Baumgartner hanno creduto nel film, girato in Etiopia in otto settimane e in soli sei giorni in Germania per mancanza di finanziamenti, e che ha una gestazione di ben quattro anni.Come dice lo stesso Gerima: “ Il cinema non è un hamburger o una crépe che si può fare in un fast food in pochi minuti, è una lotta costante.”

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