Alice Biletska è una giovane regista ucraina, la prima del suo paese ad essersi diplomata all’American Film Institute.
Dopo una serie di corti presentati a partire dal 2015 in numerosi festival internazionali, dove l’analisi complessa della realtà post-sovietica rimane al centro del suo universo creativo, fatto di impollinazioni e convergenze tra musica, cultura pop e osservazione sociale, approda al lungometraggio attraverso una coproduzione che ha coinvolto tra gli altri la Kinolime e il collettivo ucraino Tabor, già alla produzione per lo splendido Militantropos.
Scritto insieme a Marysia Nikitiuk, di cui avevamo apprezzato When the trees fall, Our house is on fire viene sviluppato dopo l’invasione russa su larga scala del 2022, proprio mentre Biletska si trovava a Los Angeles e il trauma della guerra si faceva sentire in modo bruciante in virtù di una distanza insostenibile.
Girato successivamente e quasi interamente in Ucraina, sotto le bombe, gli attacchi aerei e il ronzio dei droni, vive solo parzialmente quella precarietà e urgenza che ha caratterizzato la produzione cinematografica del paese durante gli ultimi quattro anni.
Per quanto la realtà prema fortemente dai margini, insieme a Honeymoon di Zhanna Ozirna, è un rarissimo tentativo di drammatizzazione finzionale, fuori dal recinto più esplicito del cinema documentario, pur condividendo, come è ovvio, la stessa analisi del conflitto come frattura rispetto alle ritualità quotidiane.
Dalle microstorie dei civili si opera quindi un passaggio ulteriore per costruire un racconto corale sulle speranze spezzate delle nuove generazioni, dove il quotidiano viene descritto attraverso una frizione drammatica più intensa e contratta, rispetto a quella dilatazione e reiterazione del gesto che il cinema del reale consente, quando va a caccia di dettagli rivelatori.
Sofia torna a Kyiv in un’atmosfera di festa. Il matrimonio del fratello spalanca nuovamente le porte di casa e con una gestione ipercinetica dello spazio, descrive relazioni e sentimenti che tengono insieme questo microcosmo famigliare. La relazione con Max, interrotta a suo tempo per i sogni professionali della giovane donna, si innesca nuovamente su presupposti non dissimili, legati alla necessità di staccarsi dalla madrepatria per trovare nuove strade.
Un tema squisitamente diasporico, che lungo il corso del film sarà declinato con quel senso di spossessamento che da una parte all’altra del mondo, descrive per sottrazione il radicamento indicibile con la propria terra; un sentimento ben descritto anche dalla scrittrice e traduttrice Yaryna Grusha ne “L’album Blu”, suo primo romanzo pubblicato da Bompiani, che dalla generazione Chornobyl compie un’ampia ricognizione storica e formativa di quella generazione ucraina che ha attraversato le due rivoluzioni più recenti fino all’evoluzione della guerra a bassa intensità del 2014, nell’invasione russa del 2022.
Biletska, nel descrivere un personaggio innervato di musicalità febbrile, fa lo stesso con il suo film, scegliendo alcune ibridazioni che con una certa disinvoltura contaminano lo spazio del video musicale con quello drammaturgico, tanto da scegliere vere e proprie soluzioni di confine tra un genere e l’altro, con una forte attenzione alla dimensione cromatica e simbolica, quasi fosse una rilettura del Cinéma du look francese a cavallo tra gli anni ottanta e gli anni novanta.
Sceglie quindi la dimensione del sogno come cesura tra il prima e il dopo, attraverso una sequenza ambientata in discoteca, dove Sofia e Max vedono improvvisamente un’altra realtà in seguito all’assunzione di una droga sintetica.
Tutto il film, da questo momento in poi, potrebbe essere il sogno oppure l’incubo aumentato di Sofia, sospesa tra l’incredulità dell’improvvisa invasione e il desiderio di tornare negli Stati Uniti, progressivamente cancellato da un radicamento militante necessario.
Biletska aggiunge una delle ormai numerose prospettive femminili che provengono dall’ecosistema bellico ucraino, confermando la necessità di uno sguardo asimmetrico sul conflitto, che pur non mettendo mai in discussione la necessità di armarsi e di allestire una difesa costante, si interroga costantemente sulla mutazione di una società costretta a scegliere la via della militarizzazione.
Il ritorno di Max dal fronte è sequenza esemplare in tal senso, perché sintetizza in quel residuo di umanità, il fardello di un dispositivo che corrompe l’anima e modifica le relazioni.
L’occhio della regista entra nelle stazioni della metropolitana adibite a rifugi, nel quotidiano interrotto degli individui, negli ospedali, per inseguire senza requie il movimento di Sofia in uno spazio attraversato da forte instabilità.
Su questa morfologia negativa del divenire, innesta un sentimento costruttivo che influenza lo stesso linguaggio del film, nel continuo ri-assestarsi di toni e generi. Ecco che la città stessa, sfaldata, sgretolata e continuamente a rischio, diventa diretta emanazione dei sentimenti della donna, nella rimessa in scena di un vissuto direttamente sulla soglia tra fuori campo e irruzione, caratterizzato dalla precarietà di qualsiasi set ucraino che venga allestito nel cuore vivo della comunità.
Biletska sceglie quindi di investire emotivamente in un racconto di finzione, per dimostrare che un’industria in seria difficoltà, ma con numerosi talenti da impiegare, ha bisogno di un sostegno economico transnazionale per raccontare storie che provino a resistere alla stessa narrazione bellica, mostrandone quindi tutte le caratteristiche, le contraddizioni e le necessità, mentre un’intera comunità resiste ostinatamente.
[Immagine dell’articolo, elaborazione digitale di Michele Faggi]
Our house is on fire di Alice Biletska ( Наш дім у вогні, Ucraina – 2025, 94 min)
Sceneggiatura: Alice Biletska, Brian Perkins, Marysia Nikitiuk
Interpreti: Valivots Liubomyr, Anastasiya Pustovit, Alexandra Soroka, Galina Korneevs, Vladyslav Mychalchuk, Nadiya Levchenko, Darya Legeyda, Hannusya Yarmolenko, Natalya Dolya, Oleg Vlasov, Rob Feldman, Daniil Sushko
Fotografia: Denis Lushchik
Montaggio: Simon Mozgovyi




