Indie-eye – Cinema – Testata giornalistica di Cinema

Febbraio 25th, 2010
The Killer Inside Me di Michael Winterbottom – Berlinale 60 – Concorso

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Avete voglia di vedere Jessica Alba nei panni di una prostituta malmenata, sculacciata, presa a cinghiate, trombata giorno dopo giorno, mezza ammazzata a cazzotti, accoltellata e bruciata in un falò grande come una casa? Panni improbabili, detto fra noi (quelli di prostituta). Ebbene, se ne avete voglia, questo film demente – che si prende molto sul serio – fa per voi. Tratto un romanzo del 1952 firmato Jim Thompson di cui esiste una poco memorabile trasposizione filmica del 1976, The Killer Inside Me è pulp fiction lynchiana di infima lega. Winterbottom, regista più incostante che camaleontico, parte dal nobile presupposto di filmare l’universo texano del romanzo sotto l’egida del Lynch di Cuore selvaggio e dei cappellacci a falde larghe. Un Lynch ibridato con lo sguardo di David Byrne sull’America profonda (True Stories, 1986) e virato ai colori e agli scorci di umanità tanto cari a Edward Hopper. Inutile dire che Winterbottom non è né Lynch né tanto meno Kubrick, unico uomo di cinema col quale Thompson collaborò (e litigò) volentieri in vita. Quando si parla di giovani sceriffi sadici, di cittadine immerse in una selva di pozzi petroliferi e di loschi affari, il rischio che la storia sbandi è altissimo. Qua sbanda eccome, perché la regia sceglie il registro sbagliato – né sobrio, né grottesco: una scialba via di mezzo – e nell’indecisione, copia. Da Lynch, in primis, ricorrendo addirittura al brano di Richard Strauss (Im Abendrot) che accende i titoli di testa di Cuore selvaggio. Una trama del genere, pulp fino a sfidare ogni possibile attitudine acritica, richiederebbe a gran voce tutt’altro polso. Decenti, anche se trite, la fotografia e la colonna sonora tarantinesca al punto giusto. Nel cast si salvano i mostri sacri Ned Beatty ed Elias Koteas mentre il protagonista Casey Affleck, simpatico anche solo perché (nella vita vera) vegano, è un manichino. Ultima nota a margine: inquadrare Bill Pullman dietro al volante con aria scapigliata è un lusso che nessuno, dopo Strade perdute, si può permettere. Imperdonabile.


 

Simone Buttazzi

Simone Buttazzi

Simone Buttazzi è nato a Bologna nel 1976 e ora vive in Germania. Si è laureato con una tesi sull’immagine-pulsione di Gilles Deleuze e le sue occorrenze cinematografiche. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dall’inglese e dal tedesco), redattore e consulente. In rete, oltre che su Indie-eye Network scrive per numerose testate di Cinema e Letteratura.