Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

23 Settembre, 2009
Zarte Parasiten – di Christian Becker e Oliver Schwabe (Germania – 2009)

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zarteparasiten_high_5Teneri parassiti. E’ sulla traballante linea di sutura dell’ossimoro che gli fa da titolo che si innesta e si regge in piedi questa pellicola tedesca, tra gli Orizzonti più limpidi in vista all’ultima Mostra del Cinema. Becker e Schwabe perseguono il pedinamento della complessità del quotidiano attraverso una messa in scena semplice solo in apparenza: fotografia invisibile, camera a mano, tempi distesi, montaggio essenziale, lungo il sentiero mai troppo affollato percorso dal cinema dei Dardenne. L’ecosistema in cui ci troviamo calati, senza preamboli o mediazioni, è quello di Martin e Manu, giovane coppia di senzatetto aggrappata all’esistenza grazie al proprio rapporto simbiotico e ai ricavi del ruolo sociale che si sono scelti e che svolgono con una glaciale pretesa di professionalità: individuano vuoti esistenziali altrui e si offrono di riempirli, insinuandosi con cortesia nelle vite svuotate di anziani pensionati e coppie orfane di prole proponendosi come amici, figli o nipoti in affitto. I sentimenti sinceri e reciproci sono assorbiti interamente dall’unione tra i due, consumata nell’oasi di una tenda tra i boschi, isolati da una società con cui vogliono avere a che fare solo per guadagnarsi il privilegio di vivere a i suoi margini. Il delicato equilibrio di questo meccanismo si incrina quando Martin finisce per immedesimarsi troppo nel ruolo di surrogato del figlio defunto di una coppia benestante. La macchina da presa si risparmia eccessive esplorazioni di luoghi e contesti per concentrarsi su visi e gesti dei protagonisti, perennemente in bilico tra tenerezza e morbosità, elementi restituiti in fluida e credibile non-contraddizione anche grazie alla bravura misurata degli interpreti: da Mila Schone, naive e maliziosa, al freddo e fragile Sylvester Groth, fino a Peter Stadlober, padre svuotato dal dolore e in lotta col proprio buon senso. Come la regia, anche la sceneggiatura lavora di esattezza, lavorando su pochi elementi essenziali, lasciando trapelare lentamente i dettagli della storia e racchiudendo il fuoricampo della narrazione nell’abisso di poche frasi (“loro non sono la tua famiglia” dice Manu a Martin. “Cosa ne sai tu della famiglia” le risponde lui. Nient’altro, del loro passato, ci è dato né ci serve sapere).
Zarte Parasiten è un piccolo film emotivo che ha l’intelligenza di considerarsi tale (a partire dalla durata inferiore all’ora e mezza) e che intesse un ritratto accorto e completo sulle tematiche della famiglia e della perdita, affrontandone le dolorose sfumature senza eccedere in considerazioni sociali o pretese di universalità. In una coppia di registi al secondo lungometraggio, tale moderazione non può che risultare un pregio.

Alfonso Mastrantonio