Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

1 Dicembre, 2012
30° Torino film Festival – Silent Youth di Diemo Kemmesies (Germania, 2012) – Festa Mobile

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Silent Youth: la gioventù silenziosa di Berlino. Il regista tedesco Diemo Kemmesies recupera l’ormai stagionato tema dell’incomunicabilità dei sentimenti – o, come scrive lui stesso, di «autismo» dei sentimenti – e lo trasporta nella capitale tedesca contemporanea. I protagonisti sono due giovani ragazzi, Marlo e Kirill, che si scoprono omosessuali dopo essersi frequentati per qualche tempo. L’attrazione tra i due è evidente fin da subito, ma passano giorni prima che i due, finalmente, si confessino l’un l’altro. Nonostante l’attesa, in Silent Youth non vi è alcuna “tensione” emotiva. Anzi, il film è monocorde ed eccessivamente dilatato: smisuratamente silenzioso, proprio come ci suggerisce il titolo. I due ragazzi raramente parlano tra loro, condividendo una rinuncia alla comunicazione. Kirill vive coi genitori, ma è un solitario: incide sulla propria segreteria telefonica dei pezzi di chitarra (scordata), mangia perennemente pane e nutella, ha avuto un figlio con una ragazza che lo ha lasciato subito dopo, e di cui non sa quasi più nulla. Marlo vive a Berlino per studio, convive con una ragazza giapponese, con la quale parla raramente, e che cerca di ignorare quando la incontra per strada.
Nonostante il regista affermi di non aver voluto fare un film a tematica omosessuale, è ovvio che tale questione è dominante. Non tanto per le scene erotiche – trattate tra l’altro con molta discrezione -, quanto piuttosto per l’evidenza di un sentimento fortemente taciuto, reso “silenzioso” perché non ancora accettato e riconosciuto. Pur non illustrando alcun episodio di discriminazione, nel film si respira un clima di omertà e di paura. Lo sottolinea il finale stesso: Marlo e Kirill si allontanano assieme su di una sopraelevata: la gente intorno a loro è serena, qualche coppia si stringe la mano, ma loro no, devono tenersi a distanza per non attirare lo sguardo degli altri.

 

Nicolò Vigna