Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

1 Dicembre, 2012
30° Torino film Festival – Pavilion di Tim Sutton (Usa, 2012) – Concorso

Di

Pavilion, di Tim Sutton, racconta l’estate dei ragazzi americani di periferia: la loro vita di tutti i giorni, priva di episodi straordinari. Max e i suoi amici vanno in skate, organizzano feste, fanno escursioni nei boschi, e la macchina da presa registra senza filtri le loro attività. Pavilion è un film asciutto, spoglio, che rimane continuamente sulla superficie delle cose. Pochi sono gli accenni alla vita di Max, il protagonista del film: un quindicenne che si è trasferito da poco in Arizona con il padre per passare l’estate, e che vive temporaneamente in un albergo. Ha fatto nuove amicizie – che si concluderanno immancabilmente con la fine delle vacanze – si è forse innamorato di una ragazza, ma la sua timidezza gli impedisce di confidarsi. Le giornate passano così, una dopo l’altra, per poi concludersi quando tornerà a New York dalla madre, lasciando la vita in Arizona così come l’aveva trovata, come se niente fosse successo.
Il tema affrontato, lo stile minimale e la natura “indipendente” di Pavilion non possono non far pensare al cinema di Gus Van Sant. Il film, infatti, dichiara più di un debito nei confronti del regista di Elephant e Paranoid Park. Anche quelli di Sutton sono dei giovani silenziosi e introversi come i protagonisti dei due capolavori del regista di Louisville. Max raramente proferisce parola, nemmeno fra i suoi coetanei. Il silenzio che pervade il film – sia a livello di dialoghi che di commento sonoro – ci impedisce di penetrare realmente nelle psicologie dei personaggi. Pavilion è un film “di superficie” appunto perché non concede allo spettatore di andare oltre le immagini, di provare empatia verso i personaggi. Per l’intero film non conosciamo mai veramente Max e i suoi amici, ciò che pensano, ciò che sognano, ciò che desiderano: un silenzio inquietante, che forse nasconde qualcosa. Non a caso, a smuovere la “calma piatta” che pervade il film – e che lo rende comunque faticoso, se non a tratti sfibrante – è un’azione violenta: un ragazzo che, per divertire gli amici, si ferisce il volto con una pinzatrice. Immagini forti che si scontrano con la monotonia generale, che danno un sussulto di brutalità alla ripetitività della vita dei ragazzi.
La fotografia assolata del film traduce bene il clima di apatia e di noia che si respira per le strade del paese. Il regista utilizza attori non professionisti il cui compito, probabilmente, è quello di recitare semplicemente la vita di tutti i giorni. Le loro sono attività principalmente fisiche: vanno in skate o in bici, giocano a pallacanestro, fanno escursioni nel lago e per i boschi. Una frenesia continua che forse nasconde un vuoto da colmare. Ma il film, appositamente, non ci dice nient’altro di più: ciò che si nasconde dietro la superficie noi non possiamo vederlo, ma solo intuirlo.

Nicolò Vigna