Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Aprile 5th, 2010
Groucho e i suoi fratelli. La vita e l’arte dei Marx Bros – di Luca Martello (Castelvecchi – 2010)

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Sono come Oscar Wilde, i Marx. Icone sempiterne, maschere note ai più. I quali più, però, non hanno mai visto un loro film dall’inizio alla fine, men che meno in lingua originale. Col risultato che i tre, anzi quattro, per l’esattezza sei fratelli vengono spesso ridotti a silhouette aforistiche, cartucce da citazione. Oramai, l’ambiguità sottolineata da Umberto Eco nei suoi primi testi di semiotica – “egli segue Marx”, esempio di contesto non codificato – si è persa nel calderone del tempo. Poco si sa dei film dei Marx così come poco si sa dei tomi di Marx, se non che Groucho aveva i baffi e Carlo il barbone. Il saggio di Luca Martello arriva come un fulmine a ciel sereno, e fa chiarezza. Ci dice ad esempio che i baffi di Groucho erano dipinti nei film ma autentici in tv, che le lenti dei suoi occhiali erano di vetro come quelle di Clark Kent (almeno prima che la vecchiaia lo ciecasse) – e che il cognome si scrive Marx, non Marks (( gag dell’autore nell’introduzione ))

Tra le tante bandelle bugiardine a cui ci ha abituato l’editoria, quella di Groucho e i suoi fratelli non mente nel definire il testo un’opera completa. Lo è. Nelle sue 350 pagine trovano spazio una dettagliata biografia divisa in tre parti – Infanzia e teatro, Il cinema e la maturità, Terza età e televisione – le schede di tutti i film – i “film dei fratelli”, i due col solo Groucho e quattro film fantasma su cui torneremo successivamente – le schede degli imperdibili libri scritti dai Marx, una magnifica sezione fotografica e le appendici che ogni cinefilo sogna ogni notte: impatto dei Marx sulla cultura (Woody Allen über alles), fior di note, cronologia, filmografia, videoteca, bibliografia e indice dei nomi. Quest’ultimo, forse, superfluo, dato che il testo è scritto così bene da meritare una lettura mangiona e mozzafiato, stile romanzo giallo, più che il freddo “consultare” dell’accademico con le labbra protruse. Opera completa, dicevamo, e ben documentata. Non una tesina compilativa fatta col browser aperto. Basti dire che Martello corregge un wikierrore assai diffuso, la data di nascita di Julius alias Groucho: 1890, altro che 1895. Si dirà che son finezze, ma intanto val la pena scappellarsi dinanzi a cotanta, passionale precisione. La storia dei Marx si dipana sul set della New York d’inizio secolo, tra una selva di citazioni cinematografiche e bibliografiche. Impariamo a conoscere da vicino i prolifici Sam e Minnie Marx, che diedero alla luce Manfred nel 1886 (morto a sette mesi d’età), Chico (Leonard) nel 1887, Harpo (Adolph) nel 1888, Groucho (Julius) nel 1890, Gummo (Milton) nel 1892 e Zeppo (Herbert) nel 1901. A battezzarli con i loro celebri nomi d’arte ci pensò il comico Arthur Fisher nel 1914. Solo Zeppo, il Marx belloccio e serio, rimediò il soprannome in altra sede. La carriera dei fratelli decollò ai tempi d’oro del vaudeville, e portò con sé solo quattro di loro. Gummo perse il treno arruolandosi nel 1915 ed è passato alla storia come “il quinto Marx”, omaggiato obliquamente da Harmony Korine nel suo film d’esordio Gummo (1997). Zeppo, poco incline alla commedia, fece da spalla ai fratelli fino a La guerra lampo dei fratelli Marx di Leo McCarey (1933) per poi buttarsi nel business del dietro le quinte. Dopo una rapida sottrazioncina, restano i tre Marx che tutti conoscono: Chico, parodia grottesca dell’italiano trafficone, poco apprezzato dal Minculpop; Harpo, muto e riccioluto, l’Eta Beta della settima arte; Groucho, leader della truppa e icona a se stante. In Italia, l’uomo coi baffi rettangolari è risorto come assistente barzellettiere di Dylan Dog, ma il vero Groucho è una colonna del Novecento, da studiare e riscoprire. Attuatore del nonsenso dadaista, paroliere a mitraglia, rivoluzionario puro, ecco cos’è stato il Marx per eccellenza, l’unico che la storia non ha messo in discussione. Ed è la rivoluzione, come sottolinea Martello, lo scarto di novità portato dai fratelli Marx al cinema. La gioia fanciullesca di rivoltare tutto come un guanto per strappare una risata. E per lasciare basita la povera Margaret Dumont, spalla perfetta di tanti film del gruppo. È in lei, signora attempata dell’alta società, che si identifica lo spettatore. Lei, vittima dell’impietosa raffica di calembour grauciani. Impietosa sì, ma mai volgare. Dicevamo dei film mai visti / mai fatti. Se per avvicinarsi all’arte marxista basterebbe il vecchio castorino di Andrea Martini, o ancor meglio la rassegna curata da Vieri Razzini su Raitre negli anni Novanta, coi film 1929-1937 in americano con sottotitoli, il libro di Martello non solo fa le pulci al noto, ma ci scodella un bel malloppo d’ignoto profondo. In ordine: il corto Humorisk (1921), inviso ai fratelli e dato per perso, i 55 minuti di The House That Shadows Built (1931), veicolo divistico della scuderia Paramount, Giraffes on Horseback Salads (1932), sognato e mai realizzato da Salvador Dalì, di cui resta lo script, e soprattutto Un giorno alle Nazioni Unite, che Billy Wilder pensò di mettere in cantiere subito dopo le riprese de L’appartamento (1960). Il grande regista tedesco – come i Marx, figli di ebrei emigrati – voleva coinvolgere il trio in una folle commedia sulla guerra fredda scritta a quattro mani col fido I.A.L. Diamond, ma la morte di Chico affossò il progetto. A quel punto Wilder se ne andò nella sua Berlino a girare Un, due, tre! (1961), pellicola che molto conserva del ritmo hellzappoppinesco dei migliori film dei Marx. L’amore di Wilder per la comicità dei bei tempi si era già visto nel 1950, quando al tavolo da gioco di Norma Desmond il regista fece sedere Buster Keaton, mettendogli in bocca la sua prima battuta sonora: “Pass”.

Groucho e i suoi fratelli è un testo prodigo e infaticabile, reso prezioso dall’affetto che l’autore dimostra nei confronti della materia trattata. Un affetto che trasuda da ogni pagina e che qua e là si cristallizza in spigolature d’autore, quasi ci fosse l’intento, appena appena tenuto a bada, di scrivere un’enciclopedia marxiana romanzata. Da Luca Martello, al prossimo giro, ci aspettiamo un saggio altrettanto bello su Stanlio e Ollio. Un’ultima osservazione sulla comicità anarchica dei Marx e su un suo aspetto fondamentale: la parola. Se Harpo è l’unico a passare quasi indenne le forche caudine del doppiaggio (e anche della sottotitolazione), il genio di Chico e Groucho è messo a dura prova dall’adattamento italiano. Chico per via di un ovvio cortocircuito, Groucho perché una percentuale molto bassa delle sue battute fulminee e delle sue canzoni surreali (Hello, I Must Be Going, I’m Against it ecc.) è, come suolsi dire, traducibile. Nel senso di felicemente traducibile. Vedasi il caso dei più recenti Monty Python e dei loro tre film, massacrati in italiano. Ecco perché ci sarebbe bisogno di un bel volume di sceneggiature marxiste tradotte con l’originale a fronte, e debitamente commentate.

Luca Martello

GROUCHO E I SUOI FRATELLI. La vita e l’arte dei Marx Bros.
Castelvecchi / Collana: I Timoni – pp.gg. 496 – euro 19,50 – Febbraio 2010


 

Simone Buttazzi

Simone Buttazzi

Simone Buttazzi è nato a Bologna nel 1976 e ora vive in Germania. Si è laureato con una tesi sull’immagine-pulsione di Gilles Deleuze e le sue occorrenze cinematografiche. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dall’inglese e dal tedesco), redattore e consulente. In rete, oltre che su Indie-eye Network scrive per numerose testate di Cinema e Letteratura.