venerdì, Febbraio 23, 2024

Qualunquemente di Giulio Manfredonia, recensione e conferenza stampa con Antonio Albanese

Esibizionista e volgare, rozzo e gaudente, ma soprattutto allergico a qualunque pratica che sia vagamente imparentata con la legalità, Cetto la Qualunque torna, con nuova giovanissima moglie al seguito, a Marina di Sopra dopo una latitanza di cinque anni trascorsa in un paradiso sudamericano (‘’Ho telefonato a casa una volta…ma era occupato’’ puntualizza sulla soglia di un palazzo votato al kitsch più sfrenato, dove i giaguari di ceramica fanno capolino fra i busti imperiali e le trionfali gigantografie). Ad accoglierlo ci sono il figlio Melo e la moglie Carmen, sguaiata first lady rivestita di paillettes, che gestisce la pizzeria di famiglia, naturalmente edificata direttamente sulla spiaggia, sopra le ‘vecchie macerie’ di una necropoli etrusca. Inizia così ‘Qualunquemente’, il nuovo film di Antonio Albanese che registra l’approdo al grande schermo di uno dei suoi personaggi televisivi più amati, il politicante calabrese dall’accento inconfondibile e dal vocabolario fin troppo variopinto, che decide di ‘salire’ in politica per scongiurare un pericolo incombente, l’elezione a sindaco di De Santis (‘il caino’, come Cetto ci ricorda sempre), che si è
schierato dalla parte della legge (‘’ma è legale?’’, chiede il nostro eroe sinceramente stupito). Per preparare al meglio una campagna elettorale che si preannuncia più difficile del previsto, Cetto assolda un misterioso curatore d’immagine dalle origini nebulose (un Sergio Rubini in versione zen) che, tra spudorati talk show e scampagnate formative in compagnia del malcapitato Melo, cercherà di arginare le derive animalesche del candidato sindaco. Naturalmente le manovre di Cetto, che distribuisce generosamente banconote e buoni benzina agli indecisi, promettendo di abolire l’Ici (un’altra volta) e magari anche il bollo dell’auto, non si fermeranno nemmeno ad urne ormai serrate. Albanese, parrucchino in moto ondoso permanente ben piantato sul capo e camicia aperta sul petto villoso, è efficacissimo nel tratteggiare un personaggio che lo accompagna da tanto tempo e che, per la prima volta, appare circondato dalle figure che popolano il suo mondo, dal mite De Santis alla serie innumerevole di disponibili signorine con le quali ‘’sempremente’’ si accompagna. Mentre le proposte di programmi e contenuti restano lettera morta e i giornalisti passano velocemente dalla sua parte, la promessa di ‘’più pilu per tutti’’ accende anche i cuori dei più moderati. Se Curzio Maltese ha parlato del film come della rappresentazione ‘neorealista’ dell’Italia di oggi, Mereghetti ha preferito sottolinearne la carica espressionista e la spinta verso l’estremizzazione grottesca degli abiti peggiori della politica italiana. Alla conferenza stampa milanese, Albanese ha ribadito come il personaggio di Cetto sia in realtà un moderato: “Vi assicuro che rispetto a certi altri ambienti e contesti, quella di Cetto è una figura addirittura sobria. Ho interpretato anche ruoli molto seri, ma con grande serenità; per i film comici è diverso…La  comicità è libertà allo stato puro e questo può creare grande nervosismo. Il regista (Giulio Manfredonia) ha fatto un ottimo lavoro e insieme siamo riusciti a trasferire un singolo personaggio all’interno di una storia compiuta, a costruire uno scheletro, senza che ne risultasse una collezione di gag gratuite. Si producono svariati film comici ogni anno, ma sapevo che pochissimi sarebbero stati capaci di fare un buon lavoro e, dopo aver visto il film di Giulio (‘Si può fare’), ho capito che avrebbe avuto l’intelligenza per una cosa di questo tipo’’. Se fin troppo facili risulterebbero i rimandi all’attualità politica, tanto che alcune battute sembrano alludere in modo quasi trasparente alle ben note vicende degli ultimi mesi, Albanese sottolinea come ‘’ultimamente in Italia sia successo di tutto, ma ho creato il personaggio diversi anni fa e la sceneggiatura, scritta con Guerrera, è pronta da due anni (ad ogni scandalo ci dicevamo ‘pensa se il film uscisse adesso!’). Nel tempo ha acquisito una serie di connotati, ma i suoi caratteri distintivi sono rimasti gli stessi. È l’emblema di quella micropolitica dell’improvvisazione che da decenni esaspera il paese. I toni sono diventati forse più spudorati (‘’Che bel corpo da assessoressa’’, dice Cetto ad una bagnante, mentre fa campagna elettorale in spiaggia), ma è da sempre che trovo incredibile e assurdo il trattamento riservato alle donne da certi uomini dominati da un esibizionismo insopportabile. Questo film vuole renderli ridicoli, ma la realtà non è meglio di così: la terrificante casa di Cetto esiste davvero, abbiamo dovuto togliere degli oggetti e dei mobili, altrimenti nessuno ci avrebbe creduto; quando mi hanno portato a vederla, poi sono rimasto muto per ore. La vicenda della pizzeria intestata al figlio per non finire in galera è accaduta sul serio. Vi assicuro che persino le scarpe sono più brutte’’, dice con un mezzo sorriso, alludendo ai costumi, sgargianti e pacchiani come non mai, indossati da Cetto e dai suoi compari (una menzione speciale meriterebbe il guardaroba della moglie, dominato dalle fantasie cromatiche più improbabili).

Se la critica ha cercato di etichettare il film, assegnandogli una definizione precisa (film politico o film satirico? Commedia o amara riflessione sul declino politico e culturale italiano? Caricatura o lucida fenomenologia dei meccanismi della politica?), il regista preferisce soluzioni diverse e più aperte: ”l’abbiamo concepito come una sorta di fumetto, una storia che sembra paradossale e si interseca con fatti che accadono ormai da anni in Italia. Il film diventa neorealista perché è la nostra realtà che si è trasformata in un fumetto. Non mi interessa girare film che non ci parlino della realtà, ma ci sono molti modi e stili diversi. Se si fatica a trovare una casella, non posso che esserne contento”. Gli fa eco il produttore, Domenico Procacci: ”all’inizio ero un po’ in difficoltà, non avevo mai prodotto un film comico e non sapevo come affrontarlo. La Rai ha partecipato alla produzione, ma non ci sono state interferenze di sorta e, in questo frangente culturale, mi pare un ottimo segno. Il problema sono semmai i fatti, non la denuncia di quei fatti, altrimenti si rischia di vedere solo il dito e mai la luna. Ho prodotto film che offrono immagini diverse dell’Italia, da ‘Gomorra’ a ‘Mine vaganti’, e ho una certa esperienza di come il nostro paese venga percepito all’estero’’, aggiunge in riferimento al fatto che il film, a sorpresa, verrà presentato alla prossima berlinale (‘’E da qualche giorno amiamo molto anche la Germania’’, aggiunge un divertito Albanese). Forse le sorprese rispetto al Cetto televisivo non sono moltissime, ma per i suoi tanti affezionati ammiratori il film è quasi un appuntamento; per tutti gli altri è un’occasione per ridere davvero, ma  meditando. E per il partito del ‘’Prima vota, poi rifletti’’, non è senz’altro poco.

Sofia Bonicalzi
Sofia Bonicalzi
Sofia Bonicalzi è nata a Milano nel 1987. Laureatasi in filosofia nel 2009 è da sempre grande appassionata di cinema e di letteratura. Dal 2010, in seguito alla partecipazione a workshop e seminari, collabora con alcune testate on line.

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