venerdì, Febbraio 23, 2024

To Rome with Love di Woody Allen (Usa, Italia – 2012)

«Non credo ai film belli e ai film brutti, credo ai buoni e ai cattivi registi», scriveva François Truffaut a proposito di Jean Renoir, sintetizzando in un aforisma il credo autoriale che animava la Nouvelle Vague. L’assioma sembra destinato a non valere per le scialbe vacanze romane di Woody Allen, ultima tappa – in ordine cronologico – di un grand tour che ha portato il maestro della commedia contemporanea fra Londra, Barcellona e Parigi, per poi approdare fra Piazza di Spagna e Trastevere. Perso in un’Italietta punteggiata di escort, comparse e maestrine, Allen perde il filo conduttore di quello che vorrebbe essere un Decameron contemporaneo, ma si riduce a una commedia godibile e un po’ stantia. Quattro episodi che si incastrano senza incontrarsi mai, svolgendo le ordinarie meditazioni alleniane – il successo insensato, la vecchiaia e la morte, gli sfasamenti dell’amore, la volubilità dei desideri e delle sorti – in pillole a scadenza ravvicinata. Allen che si riserva la parte di un impresario-manager in pensione, quasi un’evoluzione cinica del protagonista di Broadway Danny Rose, tiene per sé le battute migliori («Senti, se sei in contatto con Freud… fatti ridare i miei soldi»; «Il figlio è comunista, il padre un beccamorto, e la moglie cosa fa’? Dirige un lebbrosario?»), frammenti in una sceneggiatura che non brilla e non convince, complice una Roma uscita dalle cartoline anni ’50 e una galleria di personaggi che si amalgamano a fatica. Se Allen si è difeso dall’accusa di aver inanellato stereotipi sul belpaese, affermando di non essere molto interessato alla realtà dei fatti, ma soltanto alla riproposizione del proprio immaginario, è difficile non rabbrividire di fronte alla casalinga con abito a fiori che brandisce un coltellaccio contro di lui, al vigile-narratore che dirige il traffico con scarsa perizia o alla segretaria (anche lei con l’immancabile vestito a fiori) che ammicca a un incredulo Roberto Benigni. Sensazioni probabilmente per nulla paragonabili alla divertita perplessità degli spettatori spagnoli di Vicky, Christina, Barcelona o di quelli francesi del delizioso Midnight in Paris. Se il film precedente si apriva con le cartoline illustrate di una Parigi più vagheggiata che esplorata, l’incipit di To Rome With Love – dopo i titoli di testa nel bianco e nero d’ordinanza, stavolta sulle note di “Volare” di Modugno – è un’immersione nei meandri brulicanti di una città viva e rovente. Qui il nostro vigile dirige il traffico in tilt e, idealmente, regge le fila delle storie – altrettanto costellate di incidenti e svolte repentine – che di lì a poco prenderanno forma. Primo episodio: giovane turista americana (altro topos alleniano, dalla Julia Roberts di Tutti dicono I love You alle già citate Vicky e Christina del film omonimo) in vacanza a Roma si innamora di un fascinoso avvocato idealista, dedito alla tutela dei meno facoltosi. I genitori di lei (Woody Allen e Judy Davis), impresario teatrale dal gusto avant-garde e psicanalista dallo humor letale, arrivano a Roma per conoscere i futuri suoceri, titolari di un impresa di pompe funebri nella capitale. Dopo gli immancabili siparietti, Jerry scopre che il futuro consuocero è dotato di un timbro vocale sopraffino e cerca di convincerlo ad abbandonare i forni crematori per una carriera nel bel mondo della lirica internazionale. Il progetto pare destinato a fallire quando l’astro nascente dimostra di saper cantare esclusivamente mentre si insapona sotto la doccia. Ma che volete che sia un simile ostacolo per chi ha allestito il “Rigoletto” solo con cantanti travestiti da topi bianchi? Altro giro di giostra: coppietta di sposini lascia Pordenone per la luna di miele a Roma, dove si stabilirà di lì a poco per consentire alla carriera di lui di spiccare il volo. Antonio (Alessandro Tiberi), timido e imbranato, ingurgita pillole per sopravvivere all’incontro con gli arcigni parenti. Milly (Alessandra Mastronardi), professoressa di astronomia con la testa tra le nuvole (e l’abito a fiori naturalmente), si perde per le vie di Roma alla ricerca di un parrucchiere. Nel turbinio degli eventi, Antonio sarà abbordato da una procace escort (Penelope Cruz) che sarà costretto a fare passare per sua moglie, mentre Milly si imbatterà nello squallido divo dei suoi sogni. Omaggio allo Sceicco Bianco o influenza inconscia di suggestioni felliniane, con Antonio Albanese nei panni sornioni di un novello Alberto Sordi? Terzo racconto: impiegatuccio invisibile e oppresso da famiglia e colleghi (Roberto Benigni), un giorno si ritrova inspiegabilmente assediato da giornalisti e fan adoranti. Tutti lo vezzeggiano e lo inseguono. Le ragioni non contano: la celebrità è misteriosa e quasi sempre priva di fondamento, tanto vacua da non richiedere spiegazioni. Appare e scompare come l’ondivaga messa a fuoco di Robin Williams in Harry a Pezzi. La vena di surrealismo che si innesta nel film è però annacquata dalla ripetitività del copione, che riproduce all’infinito lo spunto comico iniziale (le improbabili domande della stampa e la parata delle starlette adoranti), senza sfiorare l’aura decadentista di Celebrity. Ultimo episodio (forse il più riuscito): Jack (Jesse Eisenberg), studente di architettura americano con mansarda a Trastevere si imbatte in un celebre progettista (Alec Baldwin), che si trasformerà in una sorta di invisibile guida spirituale – una versione imbolsita e deromanticizzata dell’Humphrey Bogart di Provaci ancora Sam, o forse la riproduzione speculare dello stesso Jack, con trent’anni in più di delusioni amorose sulle spalle – pronta a dispensare consigli e pillole di sano cinismo. Quando la vulcanica attrice Monica (Ellen Page) andrà a fare visita alla sua assennata fidanzatina, l’esistenza di Jack sarà travolta da un ciclone. Cast internazionale, con alcuni dei volti più cari del cinema alleniano (tra cui spicca Judy Davis), e comparsate di presenze nostrane (da Riccardo Scamarcio a Ornella Muti). Se il doppiaggio appiattisce gli spunti narrativi derivanti dagli inevitabili contrasti culturali (gli americani sofisticati e nevrotici; gli italiani simpatici, semplici o un po’ gaglioffi, tanto per cambiare), a ben guardare l’incontro c’è soltanto nell’episodio che vede Allen protagonista. Per il resto la città eterna rimane uno sfondo virato al giallognolo, occasionalmente teatro di romantici e scroscianti temporali o di tramonti in terrazza panoramica. La meno felice delle opere alleniane su illusioni e macchiette ci regala il sospetto che il regista si diverta a prenderci un po’ in giro. L’ impresario Woody Allen al termine della rappresentazione de “I pagliacci”, con il becchino trasformato in cantante d’opera, legge le recensioni, ben poco lusinghiere, sui quotidiani. A salvarsi dalle critiche a pioggia è soltanto il protagonista, il consuocero dall’ugola d’oro. «Come mi hanno chiamato? Non maestro ma, aspetta…minus habens. Hai sposato un minus habens, ritieniti fortunata», esclama Jerry trionfante, rivolgendosi alla moglie. Sprazzi di grazia.

Sofia Bonicalzi
Sofia Bonicalzi
Sofia Bonicalzi è nata a Milano nel 1987. Laureatasi in filosofia nel 2009 è da sempre grande appassionata di cinema e di letteratura. Dal 2010, in seguito alla partecipazione a workshop e seminari, collabora con alcune testate on line.

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