domenica, Ottobre 17, 2021

Venezia 67 – Orizzonti – Cold Fish (Tsumetai Nettaigyo) di Sion Sono (Giappone, 2010)

Sion Sono abbandona in modo sorprendente la superfice più pop dei suoi film, Cold Fish per certi versi si avvicina a quel gioco di specchi che era Into a dream, uno dei film più personali del regista giapponese, quasi un documentario mentale sul’abisso di un performer. Ed è proprio da qui, dal lavoro sull’attore che Sion Sono sviluppa buona parte del suo nuovo film; basterebbe isolare alcune sequenze di Love Exposure, l’opera più magmatica (anche in termini di durata) di Sono per capire come nel suo cinema si dibattano il gusto parossistico per l’accumulo e l’improvvisa riduzione del piano sequenza occupato da attori ai limiti con la possessione.

Immerso nel marciume cromatico di alcune pellicole Imamuriane, Cold Fish indaga le origini antropologiche del male nel confronto tragico tra una coppia di serial killer e un comune padre di famiglia; prodotto da una branca Nikkatsu (Sushi Typhoon) specializzata nella nuova ondata di gore iperrealisti a basso costo, si distacca in pieno dalle opere di autori come Yuji Shimomura, Noboru Iguchi, Yoshihiro Nishimura affrontando l’orrore con una prossimità chirurgica e tragica; Sono aveva dichiarato che la violenza di Cold Fish sarebbe stata tutta fuori campo; ed è in effetti il rituale della dissezione che lo interessa, la pratica post-mortem, l’ossessione parossistica per gli organi, lo smembramento e la dissoluzione dei corpi. Una relazione erotica fortissima con la morte che si sovrappone alla più comune violenza domestica, quasi a rivelarci che ci siamo tutti dentro.

Una parte della stampa presente in sala ha reagito con ilarità ad alcune sequenze, non è una sensazione isolata di chi scrive, lo dice Sono stesso durante la conferenza stampa tenutasi al club Orizzonti il giorno dopo la presentazione del film che riportiamo su Indie-eye da questa parte; è la prova che il film colpisce nel segno grazie ad un procedimento che trasforma la catarsi in una coincidenza pericolosa tra bene e male; tutta la seconda parte del film riduce al minimo il set, toglie di mezzo qualsiasi tentazione grottesca, elimina il gusto grafico che Sono si è portato dietro anche nelle opere più rigorose e sperimentali (Suicide Circle, per esempio) e apre lo spazio alla sola forza performativa e distruttiva dei corpi in un momento lunghissimo di cinema potente e purissimo. Ancora una volta tornano i simboli sacri del cristianesimo, statue della vergine decapitate, la croce di cristo, un rapporto sottile tra il padre e i propri figli che viene sussurrato in un momento impercettibile da Murata, il feroce serial Killer, che con un filo di voce chiede pietà al padre. Ma è solo un piccolo aggancio, rispetto ad altri film di Sono Cold Fish non indugia sul tracciato psicologico dei personaggi perchè la loro storia di dolore è raccontata dai pezzi smembrati dei loro corpi.

Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

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