martedì, Settembre 29, 2020

Venezia 69 – Giornate degli autori – Il Gemello di Vincenzo Marra: la recensione

Raffaele ha 29 anni e ha trascorso quasi metà della sua vita in galera scontando pene per rapina per lo più. Adesso si trova a Secondigliano, Napoli, dove è nato.

Nelle ore di permesso lavora alla raccolta differenziata dei rifiuti nella cooperativa Secondigliano recuperi, per il resto è fissato con la pulizia della sua cella – cucina su un fornelletto da campeggio per sé e per il suo compagno di cella, prepara sandwich e impasto per la pizza e poi mette tutto in ordine ascoltando canzoni new-melodiche su di un vecchio stero – e con la cura della sua persona. Quando sua mamma e sua sorella vanno a trovarlo in parlatorio si prepara e si veste accuratamente.

Raffaele non parla volentieri con psicologi, psichiatri ed educatori; le uniche persone di cui si fida sono il suo avvocato che gli comunica che gli anni che deve ancora scontare sono in tutto 6 e Domenico, l’ispettore capo del carcere che si rivolge ai detenuti sempre con rispetto e gentilezza, anche a quelli più ottusi che non riesce a capire.

Raffaele, detto il gemello perché lui di fratelli gemelli ne ha altri 2, si confida con Domenico definendosi psicologicamente a pezzi ma fisicamente ancora capace di andare avanti; afferma che se gli venisse offerta una seconda opportunità come uomo libero non se la brucerebbe stavolta. La cosa che più gli manca sono i rapporti con le donne, si domanda se sia necessario privare un uomo che ha sbagliato oltre che della proprio libertà anche della sfera sessuale e affettiva e quando l’ispettore Domenico spiegandogli che la questione da lui sollevata è molto dibattuta gli domanda se gli manca la carezza di una donna Raffaele ribatte che gli andrebbe bene anche uno schiaffo.

Una docu fiction di grande rigore che supera di molto il cinema di narrazione dedicato a questo tema quella di Vincenzo Marra che con Il Gemello presenta a Venezia nell’ambito de Le Giornate degli Autori un’opera con un linguaggio che si distingue come inedito in Italia, soprattutto all’interno delle selezioni festivaliere. Senza permettere mai che ci si intenerisca troppo o ci si commuova per la sorte di Raffaele e dei suoi compagni Marra coglie con estrema sensibilità ed attenzione l’occasione per riflettere su molte questioni che riguardano la vita detentiva, come la scelta di molti carcerati, tra cui anche Gennaro il compagno di cella di Raffaele, di avere un figlio anche se si devono scontare pene lunghissime, come l’ergastolo nel suo caso, forse per avere una parte di sé che continua a crescere fuori, lontano dal carcere, ma che al contempo rende questa condizione ancora più difficile e appesantita da ulteriori responsabilità. Raffaele ad esempio è contento di non avere figli perché ha già la sua famiglia alla quale pensare, con un altro fratello in carcere anche lui, l’altro disabile e sua sorella più piccola alla quale è molto legato. Inoltre poco tempo prima è stato assassinato suo cugino che, per una tragica fatalità portava il suo stesso nome e cognome.

Stò bene e vado avanti come un gladiatore, perché, tu lo sai, io non mi fermo davanti agli ostacoli, scrive Raffaele in una lettera che Vincenzo Marra legge alla fine della proiezione. Parla di questa del film come di un’opportunità che l’ha fatto sentire fuori almeno con l’anima dal carcere per tornare ad essere una persona, e che lo ha fatto star bene far sapere al mondo che chi ha commesso degli errori ha dei sentimenti.

È un momento difficile per questo mestiere, ci abbiamo messo un anno e mezzo per fare questo film, e sono felice che questo abbia avuto una ripercussione positiva sulla vita di Raffaele.

Era il 2005 e durante le riprese de L’udienza è aperta io spiavo i grandi finestroni del carcere di Poggio Reale quando ho cominciato a pensare a questo progetto. spiega Marra Questo non è solo un film sulla storia di Raffaele, ma è un film sull’amore, sui padri e sui figli, sul quotidiano e soprattutto sulle piccole cose.

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