venerdì, Gennaio 21, 2022

Rocket From The Tombs – Barfly: la recensione

Allora, qui bisogna essere onesti, giacché non si tratta di recensire il solito gruppo emergente (a cui si può dare una “spintarella d’incoraggiamento”, anche se quello che si ascolta non è propriamente entusiasmante); qui si scrive di un pezzo di storia del rock underground. I Rocket From The Tombs sono il classico gruppo di culto: nati a Cleveland nel 1974, sono esistiti nemmeno un anno, incendiando i palchi del Midwest con il loro furioso mix di art rock e proto punk garagistico, per poi sciogliersi senza pubblicare nulla. David Thomas e Peter Laughner (R.I.P.) andarono poi a formare i Pere Ubu, Cheetah Chrome i Dead Boys: due delle migliori bands di metà anni 70, tanto per essere chiari. Nel 2002 Thomas pubblica The Day The Earth Met The Rocket From The Tombs con lo scopo di mettere un po’ di ordine nella produzione passata della band; da qui a decidere di riunirsi per registrare materiale nuovo il passo è breve. Esce così oggi Barfly, che vede in formazione, oltre a Thomas e Chrome, il batterista dei Pere Ubu Steve Mehlam, il bassista originario Craig Bell, e nientepopodimenoche Richard Lloyd, storico chitarrista dei Television (in sostituzione del defunto Laughner). Trattasi di vero e proprio supergruppo: era lecito, quindi, aspettarsi un lavoro all’altezza dei nomi citati. Con estrema delusione bisogna constatare che ciò non è: il primo vero disco dei RFTT è un disco di garage rock-proto punk appena discreto, non certo un capolavoro. Le polveri sono bagnate, è triste ammetterlo: I Sell Soul in apertura ci aveva ingannato, con la sua andatura scassona e il suo piglio rockarolla; la stortissima e commovente ballata ubriaca che risponde al nome di Romeo & Juliet ci aveva risollevato dopo 2-3 episodi abbastanza anonimi; Good Times Never Roll, prelibato boogie rock lascivo e malandrino giungeva troppo tardi, dopo il mezzo pasticcio hard r’n’b di Sister Love Train (e della sua versione più veloce Love Train Express). Nel finale le stoogesiane ed oscure Six And Two e Maelstrom miglioravano un pochino la media e con essa il giudizio generale sul lavoro, ma forse era davvero lecito aspettarsi qualcosina in più.

Denis Prinzio
Denis Prinzio è bassista di numerose band underground ora in congedo temporaneo, scribacchino di cose musicali per sincera passione, la sua missione è scoprire artisti che lo facciano star bene.

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