Reno Brandoni racconta il silenzio di Miles Davis: esce L’urlo di Miles

Più che un libro sul jazz, L'urlo di Miles sembra allora appartenere a una tradizione diversa e più ampia: quella dei racconti dedicati agli artisti costretti a confrontarsi con la possibilità di perdere il proprio strumento espressivo e, insieme ad esso, una parte della propria identità.

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Nel 1955, nel momento in cui la sua carriera stava entrando nella fase decisiva che avrebbe portato alle registrazioni per Prestige e successivamente alla nascita del primo grande quintetto, Miles Davis fu sottoposto a un intervento chirurgico alla laringe per la rimozione di alcuni polipi alle corde vocali. I medici gli imposero un periodo di assoluto silenzio per consentire la guarigione, prescrizione che il trombettista interruppe quasi immediatamente durante una discussione, contribuendo probabilmente alla nascita di quella voce roca e spezzata che sarebbe poi diventata parte integrante della sua immagine pubblica e del suo mito artistico.

È attorno a questo episodio relativamente marginale nella biografia di Davis, ma carico di implicazioni simboliche, che Reno Brandoni costruisce L’urlo di Miles, pubblicato da Le Ruzzole e già entrato nelle classifiche Amazon dedicate alla saggistica musicale jazzistica.
Più che una biografia romanzata del trombettista americano, il libro utilizza quel frammento della vita di Davis come dispositivo narrativo per riflettere sulla perdita della voce e, più in generale, sulla crisi dell’identità di un musicista privato del proprio principale strumento di relazione con il mondo.

La scelta di Miles Davis non appare casuale.

Nella storia del jazz il rapporto tra voce e silenzio occupa una posizione particolare. Davis stesso costruì una parte significativa della propria estetica attorno all’idea della sottrazione, dell’intervallo e dello spazio vuoto tra le note. “Non sono le note che suoni, sono quelle che non suoni”, è una delle frasi che la tradizione gli attribuisce più frequentemente, indipendentemente dalla sua effettiva origine documentaria. Il silenzio, nella sua musica, non rappresentava mai un’assenza ma una materia compositiva vera e propria.

Nel romanzo di Brandoni quel principio musicale sembra trasformarsi in esperienza fisica e biografica.

L’origine del libro è infatti profondamente personale. Nell’autunno del 2023 il musicista e scrittore scoprì di essere affetto da un tumore alla laringe e affrontò un periodo di afonia totale. Non la malattia in sé, ma l’impossibilità di parlare e di riconoscersi nella propria voce diventò il nucleo dell’esperienza che avrebbe poi generato il libro.

La figura di Davis funziona così come una sorta di alter ego narrativo attraverso cui raccontare qualcosa che appartiene direttamente all’autore senza ricorrere alla forma autobiografica tradizionale.

Per Brandoni si tratta del primo vero romanzo dopo una lunga attività editoriale dedicata prevalentemente alla divulgazione musicale e alla saggistica. Chitarrista attivo fin dagli anni Ottanta, il musicista piemontese ha collaborato nel corso della sua carriera con figure storiche della chitarra acustica internazionale come Stefan Grossman, John Renbourn, Duck Baker e Dave Van Ronk, muovendosi soprattutto nell’ambito del fingerpicking, del folk e del blues acustico.

La presenza di John Renbourn nel suo percorso professionale non è secondaria. Il fondatore dei Pentangle rappresenta infatti una delle figure che più hanno contribuito, tra anni Sessanta e Settanta, a ridefinire il rapporto tra folk britannico, musica antica, jazz e tradizioni popolari extraeuropee, un approccio aperto alle contaminazioni che sembra aver influenzato anche il lavoro successivo di Brandoni come autore e divulgatore.

Negli anni il chitarrista ha dedicato volumi a figure molto diverse tra loro — Robert Johnson, Billie Holiday, John Coltrane, Jimi Hendrix — privilegiando spesso artisti nei quali la biografia e la trasformazione del linguaggio musicale risultano strettamente intrecciate.

In questo senso L’urlo di Miles sembra inserirsi in una traiettoria coerente.

Ad accompagnare il volume compare una prefazione di Paolo Fresu, che nel libro assume anche un ruolo personale e narrativo. Durante il periodo della malattia di Brandoni fu infatti il trombettista sardo a invitarlo sul palco del Time in Jazz di Berchidda e a cedergli simbolicamente il microfono durante uno degli incontri del festival. Un episodio che l’autore identifica come uno dei momenti della propria riconquista della parola e della dimensione pubblica del fare musica.

Non sorprende quindi che la prima presentazione del volume sia prevista proprio il 15 agosto nell’ambito di Time in Jazz, il festival fondato da Fresu nel 1988 e diventato nel corso degli anni uno dei luoghi più importanti del dialogo tra jazz, paesaggio e comunità nel panorama europeo.

Curiosamente, il percorso che collega Miles Davis, Paolo Fresu e Reno Brandoni passa sempre attraverso lo stesso elemento: la voce.

Quella perduta da Davis nel 1955, quella temporaneamente sottratta a Brandoni nel 2023 e quella che Fresu, trombettista che da decenni lavora sul respiro come estensione del linguaggio musicale, ha contribuito simbolicamente a restituire all’autore.

Più che un libro sul jazz, L’urlo di Miles sembra allora appartenere a una tradizione diversa e più ampia: quella dei racconti dedicati agli artisti costretti a confrontarsi con la possibilità di perdere il proprio strumento espressivo e, insieme ad esso, una parte della propria identità.

Michele Faggi
Michele Faggihttps://www.indie-eye.it/recensore
Michele Faggi è il fondatore di Indie-eye. Videomaker e Giornalista regolarmente iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana, è anche un critico cinematografico. Esperto di Storia del Videoclip, si è occupato e si occupa di Podcast sin dagli albori del formato. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato per 20 anni di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e nuovi media.

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