giovedì, Settembre 24, 2020

Abluka di Emin Alper – Venezia 72, Concorso

L’universo figurativo rarefatto del cinema di Alper è un’architettura di negazioni che disegnano il ritratto plumbeo di una realtà dominata dalla sensazione costante di pericolo.
E’ Istanbul, ma potrebbe essere una delle degradate periferie del mondo, quella dove esistenze di basso profilo sono schiacciate in agglomerati urbani desolati e la violenza politica che scuote il Paese compromette anche i legami familiari.
Lo spaesamento biografico ed esistenziale è tangibile, un’economia recitativa minimale raffredda l’emotività, ricorrendo ad inquadrature spezzate e ad un montaggio schizofrenico di quadri liberi da compiti strettamente narrativi.
Kadir (Mehmet Ozgur) è stato rilasciato dopo quindici anni di carcere duro a seguito di moti di piazza stroncati da repressione feroce. Un fratello, Veli, “quello di mezzo” dice lui, è sparito da dieci anni e lo cercherà inutilmente, l’altro, il minore, Ahmet (Berkay Ates), vive in una sorta di autistica reclusione in una casa blindata da porte di ferro e sbarre alle finestre, da cui esce solo per dare la caccia ai cani randagi della città con altri due personaggi anonimi.
Sparano e seppelliscono le carogne in fosse comuni, il tutto nel più totale distacco emotivo, lo spazio è riempito solo dai latrati che man mano si spengono e dai colpi secchi delle carabine.
Anche con lui sarà difficile per Kadir ristabilire legami, sembra che da quel mondo sia sparita ogni possibilità di convivenza che non sia marchiata dalla paura e dalla follia.
E’ una città chiusa nella morsa di una violenza tangibile eppure misteriosa, quella di Kadir e Ahmet, squassata dal rimbombo di tuoni che scoppiano improvvisi senza che se ne veda mai l’origine, chiusa da posti di blocco e percorsa da blindati che sferragliano su e giù per strade immerse nel buio e lucide di pioggia.
La paura corre più veloce del pensiero, si pensa a terrorismo e repressione poliziesca, gli ingredienti ci sono tutti, ma come registrati dal caos della mente, dunque inattingibili nelle loro coordinate reali.
Kadir è l’eroe diegetico, a lui Hamza (Mufit Kayakan), alto ufficiale di polizia, in cambio di una riduzione di pena ha affidato l’incarico di raccogliere rifiuti e controllare se in mezzo a cartacce, escrementi e quant’altro, i terroristi nascondano materiale per fabbricare bombe. Hamza ha bisogno di lui come informatore ed esiste, fra i corpi speciali di polizia, questa équipe organizzata e istruita al pari di una task force, ma il paradosso è nel pensiero che corre spontaneo alla nettezza urbana in tempi di raccolta differenziata.
La follia del titolo, Abluka, dà forti segnali di presenza già in questo, il grado di paranoica alterazione dei parametri della vita associata è ai massimi livelli e provoca deterioramento irreversibile della mente. Ogni angolo è indagato dallo sguardo cupo di Kadir alla ricerca dei fratelli e dalla fissità inespressiva di Ahmet, potremmo dire che il film è la loro soggettiva totale in cui la follia occupa il posto centrale.
Sapere che il riscontro reale c’è, ed è la vita in città corrotte senza ritorno dalla violenza, non cambia le cose, la follia è la cifra distintiva di società uscite definitivamente dai cardini :
Non determino con precisione il tempo in cui Abluka si svolge.- ha dichiarato il regista – Si potrebbe trattare di un presente, passato o futuro fittizio. Traggo ispirazione dalle storie di violenza del mondo moderno.
La prossimità del regista con la materia filmata è continua, che sia una ripresa oscillante della steadycam che segue senza respiro Kadir nel suo girovagare notturno in strade vuote e buie, o che metta al centro Ahmet e la sua chiusura autistica che lo porta a farsi amico un cane fra quelli che va ammazzando senza pietà.
Alper scruta la natura umana nell’impatto con l’habitat in cui le tocca vivere, ne registra le alterazioni e con tocchi minimi, sfumati da sapienti tagli di scena e usando una fotografia carica di ombre, acuminata e inquietante, mette in scena tutto il disordine emotivo possibile.
“Piccoli uomini” con un fucile in mano, “piccoli potenti” armati di sacchi di plastica e badile, vivono piccole esistenze segnate da grandi tragedie.
E’ la storia travagliata della Turchia, paese ancora oggi pieno di contraddizioni, humus al quale una generazione di registi come Alper attinge con sapienza ed equilibrio, passione e scarsità di mezzi.

Paola Di Giuseppe
Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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