lunedì, Maggio 20, 2024

Red Amnesia di Wang Xiaoshuai, Venezia 71, Concorso

Terza parte di una trilogia che include “Shangai Dreams” e “Wo 11”, il nuovo film di Wang Xiaoshuai continua ad indagare gli effetti del movimento del Terzo Fronte, ovvero quella concezione geo-militare che ha completamente cambiato l’assetto della cina dal 1966 in poi e che a differenza della rivoluzione culturale, continua ad avere conseguenze sulla configurazione attuale del continente; un processo migratorio colossale che è cominciato con l’industrializzazione della parte più interna del paese, quella con un’economia prevalentemente agricola e che in un secondo momento ha causato un movimento opposto verso le grandi città. Il cinema di Wang Xiaoshuai, da sempre racconta il trauma di intere generazioni vissute a metà tra città e campagna, nuova industrializzazione e complessi e stratificati processi migratori, con più di un punto di contatto con cineasti come Jia Zhangke, Zhang Ming e Zhang Yuan; i suoi film rilevano e ripercorrono la scarsamente documentata stratificazione culturale delle città Cinesi, attraverso un grande lavoro di ricerca sulle tracce architettoniche, gli interstizi, i relitti di una storia sottoposta a costante e inesorabile cancellazione.

Per Wang Xiaoshuai “Red Amnesia” da un punto di vista concettuale indica proprio il punto terminale di questo processo, la perdita totale della memoria e la cancellazione della coscienza subita da quella generazione che adesso ha 70 anni e causata dai costanti cambiamenti politici e geo-militari succedutisi dal ’49 a oggi.

Rispetto all’affresco storico del precendente “Wo 11”, il nuovo film del regista cinese è un fim molto più complesso e molto meno lineare, perchè entra direttamente all’interno di un processo di rimozione politica, storica, cognitiva e individuale, cercando di stabilire alcune connessioni tra memoria personale e racconto collettivo, con una varietà di registri che mantiene al centro una via di mezzo tra tensione “noir” e una dolorosa storia di fantasmi.

Le prime immagini sono proprio quelle di un vecchio insediamento rurale abbandonato; i vetri sfondati delle abitazioni, la vegetazione che invade le case, un’altalena di legno corrosa dal tempo. Tracce di un passato dimenticato che fanno pensare da subito alle città cancellate nel cinema di Jia Zhangke.
Sono frammenti che non riusciamo a connettere con la vita solitaria di Deng nella grande Pechino, anziana vedova che non si stacca dai figli, intromettendosi nelle loro vite con prepotenza per accudirli, cucinar loro un pasto, infilarsi nel menage famigliare di uno di loro oppure irrompere nella privacy dell’altro rispetto al quale, con molta probabilità, non accetta le scelte omosessuali.
Nei primi venti minuti Wang Xiaoshuai sembra concentrarsi su una storia generazionale, evidenziando la solitudine della donna, la sua difficoltà a trovare uno spazio e la vita interiore dominata dalla morte del marito, con cui parla costantemente, chiedendo ai figli, in occasione di un qualsiasi pranzo di famiglia, di apparecchiare anche per lui.

“Red Amnesia” cambia direzione dal momento in cui Deng comincerà ad essere vittima di un inspiegabile stalking telefonico, forse lo stesso che colpisce il figlio maggiore, e che si intensificherà insieme ad una serie di segnali inquietanti. Quando nella vita di Deng entrerà un giovane silenzioso, che l’anziana signora accudisce in sostituzione dei figli, cominceranno ad emergere delle possibili connessioni, sottoposte ad uno slittamento continuo e che del “noir” mantengono solamente l’atmosfera tensiva.

Wang Xiaoshuai confonde la dimensione dell’immaginazione con quella mnestica, costruendo a poco a poco un percorso che non trova risposta in un semplice confronto tra generazioni, perchè quello che rileva traccia dopo traccia è la sedimentazione dei residui Storico-economici di un paese in una prospettiva transgenerazionale; al benessere dei suoi figli, in virtù di un inganno consapevole, corrisponde il confino dei vecchi compagni di villaggio in un insediamento fantasma, ciò che ancora rimane di una cittadina rurale abbandonata, dove l’anziana donna farà un viaggio a ritroso alla ricerca di un’origine rimossa dai progetti del governo e dalla sua coscienza personale.

Wang Xiaoshuai lavora sulla solitudine di Deng, sui gesti rituali di preparazione del cibo ormai svuotati di senso, ma anche sulla risonanza di questa solitudine nello spazio della città, inquadrando vuoti e sconnessioni oltre quelli filmati all’interno del villaggio abbandonato; luoghi defunzionalizzati, case a soqquadro, sacchetti della spazzatura rovesciati davanti ad una porta, tutti elementi che hanno un’apparente giustificazione narrativa, ma che acquisiscono la valenza di segni di contrasto tra l’armonia economica della grande città e un rimosso sociale che preme dal passato. Progressivi innesti visionari che portano Deng ad una dolorosa agnizione, come a sovrapporre le tracce di una coscienza dimenticata nel contesto dei nuovi spazi industrializzati, un procedimento che sin da “Le biciclette di Pechino” ha consentito all’autore cinese di rivelare sovrapposizioni incongrue nella memoria geografica e cognitiva della città.

E se a molti la sequenza conclusiva potrà sembrare una forzatura, è in realtà l’applicazione più radicale di questo lavoro sugli strati dell’immagine: quello che scorgiamo dalla finestra sfondata non è altro che l’orizzonte negativo del vuoto.

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Esperto di Storia del Videoclip, si è occupato e si occupa di Podcast sin dagli albori del formato. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato per 20 anni di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

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