martedì, Settembre 29, 2020

Ana Yurdu (Motherland) di Senem Tüzen – Venezia 72, Settimana Internazionale della Critica

Nesrin è una donna di classe media che lascia la città per riprendersi da un divorzio e ritorna in Anatolia, al villaggio di sua nonna, per terminare il suo romanzo e realizzare il sogno di essere una scrittrice. Quando la madre appare all’improvviso, non invitata, e rifiuta di andarsene, la scrittura di Nesrin si blocca e le sue dolci fantasie sulla vita di campagna diventano amare. Le due donne dovranno affrontarsi per scoprire gli angoli più reconditi dei rispettivi mondi interiori.

Il lavoro d’esordio di Senem Tüzen gioca sullo scavare e sul levigare delle differenze tra la conservazione, con l’attaccamento alla tradizione religiosa e il senso di libertà e apertura mentale dei nuovi figli della società turca.
C’è poi la forte densità dell’essere donna, creatura forte, emotiva, necessaria, ai margini. Nesrin, infatti, si pone in un confinamento forzato, torna alla madrepatria, terra infausta e di scontro, ma che le garantisce sempre l’accoglienza.
La liquidità di Nesrin si scontra irrimediabilmente con la solidità granitica della madre, così determinata nel rivendicare la sua libertà personale la prima, così chiusa nel suo universo arcaico la seconda.

La dicotomia madre-figlia si trascina imperterrita con brevi spiragli di apertura, che vengono immediatamente rigettati nel vuoto quando la repressione pulsionale inibisce il dialogo, che si riduce a una sorta di vademecum per combattere le chiacchiere di paese sulla condotta di Nesrin, ancora molto influenti sulla mentalità antiquata dell’Anatolia.

Nesrin si sente bloccata nel momento in cui si approccia alla scrittura del suo libro, labor limae sulla sua interiorità spenta e confusa, non riuscendo nel tentativo di individuare la reale valvola di sfogo della propria libertà che smania tanto di raggiungere.

È molto stratificato il lavoro di ricerca nei meandri della psiche materna, nel senso più ampio, perché in Ana Yurdu si cerca di rintracciare le radici e le motivazioni più profonde dell’essere madre(patria), ruolo così mobile da essere ancora soggetto a definizione, e allo stesso tempo certo, indissolubile: “È più facile essere una pietra che una madre”, asserisce Halise, la madre accorata e preoccupata di Nesrin.
Anche gli antichi luoghi della patria diventano più umani e acquisiscono i termini del difficile ruolo materno, costanti nell’attesa e nell’accoglienza dei figli alla deriva, troppo lontani, anima e corpo, dai luoghi che li hanno generati, senza però smettere mai di esserne attratti.

Rachele Pollastrini
Rachele Pollastrini
Rachele Pollastrini è curatrice della sezione corti per il Lucca Film Festival. Scrive di Cinema e Musica

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