martedì, Settembre 29, 2020

Figlio di Nessuno di Vuk Ršumovi al Balkan Florence Express: la recensione

Nella primavera del 1988, fra le montagne della Bosnia, viene ritrovato un bambino cresciuto fra i lupi. Gli viene dato il nome di Haris (poi soprannominato “Pucke”) e viene inviato in Serbia, all’orfanotrofio di Belgrado, dove è affidato alle cure di Ilke. Qui diventa amico inseparabile del piccolo Žika e, col tempo, impara a pronunciare le sue prime parole. Ma nel 1992, nel pieno della guerra, le autorità locali lo costringono a tornare in Bosnia, dove viene armato di fucile e spedito al fronte. E una notte, per la prima volta nella sua vita, il ragazzo prende una decisione tutta sua.

Si sente forte il richiamo a “Il ragazzo selvaggio” , il racconto ispirato da un resocondo di Jean Itard e successivamente adattato per il cinema in un noto film di Truffaut, cambia il contesto storico e sociale, ma i riferimenti ci sono.

Nel film di Ršumovic la storia rimane relegata sullo sfondo, concentrandosi sull’interiorità di Pucke e sul processo di cambiamento che comincia dalla permanenza in orfanotrofio, luogo asfittico, ma che gradualmente diverrà per il ragazzo una casa accogliente nella quale poter ritrovare quella famiglia da cui è stato abbandonato e che mai ha conosciuto.

La sua nuova famiglia è rappresentata nella prima parte da  Zika, un ragazzino un po’ più grande di lui, il primo che si prende cura di Pucke e che lo difende dai più prepotenti, e il primo che lo abbandonerà nuovamente quando deciderà di lasciare l’orfanotrofio per ritornare a vivere con il padre squinternato.  Il compito formativo passerà in seguito nelle mani del maestro Ilke che si farà difensore del ragazzo e che capirà il suo reale potenziale di crescita, lavorando sulla sua educazione ed insegnandogli le prime parole.

Pucke non scoprirà solamente il mondo all’interno delle quattro mura dell’istituto che lo tiene in custodia, ma anche ciò che sta al di fuori, specchio vero del suo mondo interiore: le prime passeggiate in solitaria per la città di Belgrado sono il segno di un’emancipazione ormai inarrestabile, così come il suo imbattersi in un night club dove ritrova una sua compagna d’istituto impiegata come ballerina e della quale un po’ si è invaghito, segno di una formazione affettiva e sessuale in pieno sviluppo.

Non avendo autonomia di scelta, verrà rispedito dalle autorità locali in Bosnia durante la guerra, dove si troverà a far parte di una milizia e a dover impugnare le armi: proprio in quel momento sceglie per la prima volta di non voler far sua quella violenza dilagante, rifiutandola  e tornando a quella che in fondo è la sua vera origine: la foresta.

Ritorno ad una realtà non più selvaggia di quella vissuta a Belgrado e successivamente in Bosnia, perchè la natura torna ad essere luogo accogliente e del tutto inclusivo.

Da un tema già battuto, l’esordiente Vuk Ršumovi riesce a realizzare un film potente che coinvolge l’anima e il cuore dello spettatore, senza occuparsi degli aspetti simili o allineati alla pedagogia sperimentale di Itard, ma elaborando il lato più umano ed empatico di un adolescente definito come un “animale”.

Rachele Pollastrini
Rachele Pollastrini
Rachele Pollastrini è curatrice della sezione corti per il Lucca Film Festival. Scrive di Cinema e Musica

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