giovedì, Agosto 11, 2022

Underground fragrance di Pengfei – Venezia 72, Venice days – Giornate degli autori

Underground fragrance è un racconto dalle luci al neon nei basamenti di Beijing, in una vera e propria città sotterranea e labirintica dove si intrecciano le vite di tutti coloro che sono in cerca di un’opportunità nella grande metropoli cinese; in particolare quelle di Yong Le, operaio emigrato dal sud del paese che rivende mobili, e Xiao Yun, ballerina in un night che cerca disperatamente un impiego che possa permetterle di abbandonare quella vetrina di esibizione nella quale si fissano gli sguardi di uomini lascivi.
A queste due esistenze se ne intreccia una terza, quella di Old JIN, da anni in cerca del compenso più alto da chiunque sia disposto a demolire la sua casa. La sua salute è in declino, e i suoi risparmi sono andati in fumo. Così fa rivendere i suoi mobili da Yong Le ad un buon prezzo.
Tre vite differenti, unite dal “Sogno Cinese”, fuse nella vastità metropolitana.

Pengfei esordisce con un piccolo film tessuto a mano nelle arterie pulsanti di una grande città, si avvicina ai corpi e li espone a qualsiasi intemperia, lasciandoli nomadi, indipendenti o disincantati.
C’è posto, anche nello spazio stretto e umido del sotterraneo, per la delicatezza del gesto; l’incontro tra Yong Le e Xiao Yun avviene nella maniera più naturale e intrigante: Yong, reso temporaneamente cieco da un incidente sul lavoro, è costretto a orientarsi con una corda, ed una sera, dall’altro capo incontra Xiao. Da quel momento si instaura fra di loro una relazione “tattile”, fatta di sfiorare e odorare la fragranza di un corpo, quello di Xiao, che rimane impressa nei sensi un po’ confusi di Yong, sino a quando si riappropria della propria vista e, memore di quel profumo, lo/la cercherà ovunque.

Underground_Fragrance_2

Una maniera di tratteggiare le relazioni tra esseri umani, che Pengfei desume dal cinema di Tsai Ming Liang, con il quale ha collaborato come aiuto regista; il suo perfezionismo, la sua esigenza e precisione, ma soprattutto la delicatezza nel delineare i rapporti tra corpi distanti anni luce, ma vicini spiritualmente.

Il regista, lavora dunque per sottrazione: ognuno dei personaggi delineati perde qualcosa; dalla speranza di ritrovare qualcuno che si cerca e che forse si ama, ai mobili di una casa ormai svuotata di calore. Ognuno di loro è troppo incentrato sul raggiungimento del proprio sogno di riscatto, per potersi fermare e guardarsi indietro e scorgere ciò che ci si è lasciato alle spalle. Le preghiere agli dei della fortuna, i colpi di fucile sparati contro il gufo, l’organizzazione di un banchetto, la vendita della scavatrice. Tutti questi momenti drammatici sono accaduti veramente in quel periodo di “Demolizione e Rialloggiamento” molto sentito in Cina e per cui nel giro di una notte, la gente rialloggiata poteva divenire improvvisamente ricca, grazie ai soldi ricavati dalla demolizione delle loro case. Sono istanti che evocano ciò che Akira Kurosawa chiama “l’olio di rospo” nel suo testo autobiografico; un olio prezioso, prodotto dal rospaccio quando lo si pone davanti a uno specchio in cui scopre il suo aspetto, una metafora che il cineasta usava per descrivere i rimpianti della sua vita. Una sorta di inno alla tradizione cinese, alla quale Pengfei è molto legato, immersa nell’architettura e nelle costruzioni ultramoderne della città che è cambiata a ritmi insostenibili.

Rachele Pollastrini
Rachele Pollastrini
Rachele Pollastrini è curatrice della sezione corti per il Lucca Film Festival. Scrive di Cinema e Musica

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