Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica
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Lontani i tempi del disgusto di Rivette per i carrelli impudici di Pontecorvo, i dibattiti sui limiti morali della rappresentabilità della morte al cinema sono ormai diluiti dalla frammentazione dell’industria in nicchie e sottonicchie, spesso di pretesa puramente commerciale, alcune delle quali fanno della messa in scena evidente di violenze e omicidi il punto focale della propria offerta ( e della soddisfazione del proprio pubblico). Ciclicamente, però, capita che persino in questi contesti si affacci una pellicola polemicamente ostracizzata (e conseguentemente mitizzata) per la rappresentazione estremamente esplicita di scene orrorifiche. Ad entrare consapevolmente e senza mezzi termini in questo meccanismo, ultimamente, è stato A Serbian Film di Srdjan Spasojevic, sapientemente circondato da un’aura sinistra dovuta a presunti malori tra il pubblico durante le sue proiezioni in giro per il mondo. Milos, un pornodivo ritiratosi dalle scene per stare vicino alla famiglia, viene contattato da un misterioso cineasta che gli offre una somma altissima per tornare a recitare in un ultimo film, dalla trama segreta.  Accettata la proposta,  Milos si accorgerà troppo tardi di avere a che fare con un’organizzazione di sadici intenti a sondare i limiti più estremi e perversi dello snuff movie. Per essere un prodotto che punta tutto sul proprio contenuto scabroso, A Serbian Film si avvale di una confezione tutt’altro che lasciata al caso, scritta, recitata e girata con mestiere e abbastanza elaborata da presupporre che nasconda qualcosa di più di una provocazione pura e semplice. Fin dal titolo e dalla sequenza di apertura, la vicenda viene inscatolata all’interno del pretestuoso contenitore della metafora nazionale:  ce lo spiega Vukmir stesso, alter-ego squilibrato di Spasojevic nel film, che mette in scena atrocità indicibili perché convinto rappresentino la verità sommersa e negata di un territorio geneticamente intriso di violenza e di inclinazione al compimento dell’orrore. Ma se il trattamento del tema geo-politico finisce per risultare piuttosto maldestro alla luce del contenuto del film, con più cognizione di causa Spasojevic affronta in effetti la questione della fascinazione per gli abissi della perversione umana, che la stessa curiosità che il film ha ingenerato non fa che confermare. Inutile negare che la pornografia provochi nell’uomo un’attrattiva fortissima, per quanto localizzata nei nostri bassi istinti, e non è un caso che di pornografia si parli per additare una scena di violenza particolarmente indulgente e dettagliata: il voyeurismo macabro è una componente diffusa dell’animo umano e stimola in esso corde vicine a quelle del voyeurismo sessuale, e il nostro rapportarci con tali corde passa sempre più spesso attraverso la distanza assolutoria dello schermo (come Milos si rende conto delle abiezioni commesse in stato di forte eccitazione solo riguardando i nastri filmati giorni prima). Alcune delle situazioni riprodotte sul set (o meglio sul set nel set) sono in effetti tra le fantasie più atroci mai presentate in una sala cinematografica legale. Seppur non eccessivamente dettagliate dal punto di vista visivo, varcano le soglie più nere dei concetti di incesto e stupro, provocano disgusto e incredulità e sono presentate attraverso un intreccio ben costruito di attese che, vengono poi puntualmente soddisfatte. Forse è qui che sta il punto: presumibilmente ognuna delle persone presenti in sala durante l’affollatissima proiezione ufficiale al Ravenna Nightmare Film Festival si trovava lì attratta dal richiamo del titolo di “film più shockante e perverso della storia” e da questo punto di vista difficilmente potranno dirsi insoddisfatte.  Hanno visto un film magistralmente costruito per essere deplorevole. Tornate a casa, che lo spettacolo raccapricciante gli sia piaciuto o meno, avranno misurato quanto si sia assottigliata la distanza tra sé e coloro che nel film finanziano i lavori folli di Vukmir.

Alfonso Mastrantonio