venerdì, Febbraio 23, 2024

La buca di Daniele Ciprì: la recensione

È in uno spazio ristretto che si svolgono le vicende di questa nuova commedia di Daniele Ciprì. Un quartiere indefinito, oltre lo spazio e il tempo, in cui il dolly gravita a svelare un luogo che sembra volersi volutamente palesare come pura finzione. Quinte di un teatro o facciate di cartongesso di Cinecittà, in un contesto narrativo che richiama spesso la favola, in cui si susseguono rievocazioni nostalgiche del passato e in cui il racconto si impone, ancora una volta, come potere fabulatorio e costruttivo.

Impossibile non pensare all’incipit della precedente commedia di Ciprì È stato il figlio, che prende corpo proprio dall’onirica voce narrante di un misterioso uomo seduto in un ufficio postale. Così come è impossibile non leggere nelle immagini di quelle palazzine popolari che si stagliano all’orizzonte, oltre il sobborgo irreale, un richiamo a Lo zio di Brooklyn. Una strana combinazione tra l’artificio scenografico esplicitato e lo sfondo realistico, degradato, di una periferia reale.

Se quindi i lavori di Cinico TV riflettevano, in un’ottica pessimistica, su un mondo vuoto, in cui a sopravvivere sono i vacui e ossessivi istinti, nel lavoro di Ciprì senza Maresco, il racconto, la finzione, giunge come mezzo di evasione, rifugio dalla cruda e brutale realtà sullo sfondo.

Non è un caso quindi se l’introduzione alle vicende è affidata ad uno sguardo animale, indagatore imparziale e incorrotto dei due “tipi umani” agli antipodi: il cinico e disonesto avvocato Oscar (Sergio Castellitto) e l’onesto ex carcerato Armando (Rocco Papaleo). Due figure ambigue ma complementari, che anche se mosse da fini diversi arriveranno a percorrere la stessa strada, tra ricorsi giuridici e ricostruzioni di eventi passati, in una chiave narrativa tra il legal thriller e il noir, tra innocenze e colpevolezze.

Il regista palermitano cuce questa commedia in una cornice originale e innovativa; dall’introduzione con disegni animati dei titoli di testa, che ricorda le commedie italiane degli anni 70, fino alla recitazione enfatica e al dispiegarsi delle vicende genuinamente spassose, con una cura fotografica che sembra voler richiamare un surrealismo cartoonesco, e che rende di conseguenza il film accessibile ai target più disparati.

Mentre Franco Maresco con “Belluscone” resta quindi coerente con l’estetica e le idee maturate nel periodo di Cinico in un’indagine spoglia e surreale di temi contemporanei, Ciprì sembra volersi emancipare, approdando a nuovi stili, nuovi linguaggi e nuove storie, in una visione certamente più ottimistica, ma che inevitabilmente allude a delle realtà forse anche più tragiche di quelle proposte da Maresco; lasciandote sottese, sullo sfondo, proprio come le palazzine popolari che Armando osserva oltre la rete e che sembrano appartenere, nella loro fatiscenza, ad un mondo spietato da lasciarsi alle spalle.

Andrea Schiavone
Andrea Schiavone
Andrea Schiavone, appassionato di cinema ha deciso di intraprendere studi universitari in ambito cinematografico. Laureatosi in Arti e Scienze dello Spettacolo alla Sapienza di Roma ed attualmente studente magistrale in Cinema, Televisione e New Media alla IULM di Milano.

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