Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Il lungometraggio di debutto di Paula Markovitch in concorso alla Berlinale 61, la recensione di Michele Faggi... 

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E’ la spiaggia di San Clemente del Tuyù in tutta la sua forza creativa e distruttiva, il cuore del lungometraggio di debutto dell’argentina Paula Markovitch; scavo interiore e autobiografico che racconta la formazione dolorosa e rovesciata sotto il peso di un regime attraverso i sensi di Ceci, una bimba di nove anni in fuga con la madre dalle persecuzioni della dittatura e nascosta in condizioni di semi clandestinità in una baracca in riva al mare. Gli elementi e la morfologia del territorio sono filmati dalla Markovitch come segni amorali di un processo selvaggio e crudele, l’unico ambiente dove lo sguardo libero di Ceci (una splendida Paula Galinelli Hertzog) riesce a dialogare con il linguaggio mutante del gioco; se per la madre, il vento che scardina gli infissi, la marea che  invade lo spazio abitativo, i gesti necessari alla preparazione del cibo sono i presagi di una natura inghiottita dalla morte, Ceci attraversa quella violenza con un’attribuzione libera dal peso del senso. Tutto el premio sembra dibattersi tra gioco e consapevolezza nel tracciato doloroso di un racconto di formazione scritto con i segni del linguaggio poetico, come se la natura, il gesto enigmatico di sotterrare e dissotterrare tracce e ricordi che nel film diventa ossessione ricorrente, orribile o giocosa, gli oggetti della casa che scompaiono nel mare, la terra che ricopre i corpi, fossero elementi combinatori del discorso, segni dell’esperienza visiva che diventano visione poetica, come negli sguardi bambini filmati da Bresson, Rossellini, Ruiz, con quella forza che restituisce ambiguità all’innocenza. E’ nel teatro scolastico, genoma formativo del potere, che Ceci non trova un’arena duttile per i suoi giochi; di fronte al muro di una disciplina insensata, sperimenta una crudeltà superiore a quella della natura, un sistema che lusinga e corrompe la forza creativa con la promessa di un premio. Paula Markovitch, sostenuta dall’alta definizione livida di Wojciech Staron, filma lo scivolamento di una nazione nell’orrore con occhio diverso dalla necrofilia di Pablo Larrain, ma con un senso pervasivo di minaccia che ha le stesse caratteristiche endogene, un passaggio dalla natura alla conoscenza che strappa la meraviglia dall’infanzia.

Michele Faggi

Paula Markovitch
El Premio
Messico, Francia, Polonia, Germania - 2011