Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Febbraio 13th, 2011
Berlinale 61 – Life in a day di kevin Mcdonald (Uk, 2011)

Di

Prodotto da Tony e Ridley Scott, life in a day è un progetto partecipativo messo insieme da Kevin McDonald grazie al sostegno virale di Youtube, che ha promosso per mesi una forma apparentemente apolide di filmaking coinvolgendo chiunque avesse intenzione di documentare una giornata della propria vita. McDonald si è trovato di fronte a circa 80.000 corti provenienti da tutto il mondo, un’occasione stimolante e unica per lavorare su un oggetto connettivo che nelle mani del regista Inglese diventa un imponente e impenetrabile mondo movie. Se Pauline Kael, dopo l’uscita di Addio Zio Tom si trovò a definire Jacopetti e Prosperi come i cineasti piu’ perversi e irresponsabili mai esistiti, Kevin McDonald compie un’operazione di asfittica responsabilità in un territorio dove niente può essere considerato vero e niente può essere considerato falso. E’ il cortocircuito dell’inerzia digitale, immagine chiusa su se stessa dove la trasparenza di una visione collettiva fortemente voluta si situa ad una distanza insopportabile, l’equivoco e’ il solito, quello che non distingue l’impatto del villaggio globale dalle intelligenze connettive; McDonald ha davvero paura dell’imprevisto, tanto da lasciare ad un bravo montatore come Joe Walker il compito di rammendare un’architettura narrativa già pronta ad accogliere suture, didascalie, sezioni, e un’organizzazione del punto di vista che nasconde microcamere ovunque con il trucco di prestigio della flagranza; non e’ interessante attardarsi sulla provenienza delle fonti quanto sul potenziale virale di ogni scheggia, completamente disinnescato nella rappresentazione di una rete senza interferenze incollata dal melodramma sonoro di Matthew Herbert; McDonald fa davvero il verso alla scuola Jacopetti/Prosperi a partire dal taglio Shock amato dal Ballard di The Atrocity Exhibition, senza mantenere quell’ambiguità, anche morale, che nel cinema dei due registi Italiani si situava tra presenza e assenza, in quell’ossessione costante e se si vuole inaccettabile, impossibile, di calarsi nell’evento. L’orizzonte negativo di cui Paul Virilio parla, quando racconta l’orrore di un’immagine telepresente, non ha l’ingenuità criminale di Africa Addio, ma svela il volto peggiore dei new media preconizzati dall’Assayas di Demonlover, quello di una lontanissima vicinanza con la morte.

Michele Faggi