Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Ottobre 21st, 2011
Una separazione di Asghar Farhadi (Iran, 2011)

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(Guarda la video intervista esclusiva rilasciata da Asghar Farhadi e Babak Karimi a indie-eye.it) Al suo quinto lungometraggio Asghar Faradhi torna a lavorare muovendosi in modo centripeto sul nucleo familiare Iraniano; rispetto alla prospettiva centrifuga del precendente About Elly, “Una separazione” sembra in parte molto più simile a Chaharshanbe-soori (Fireworks Wednesday)  film scritto e girato da Faradhi nel 2006, ma riassume in verità tutto il suo cinema, in quel dissidio tra verità individuale e il peso terribile di una legge visibile e invisibile che costringe un’intera comunità a mentire, e con una tessitura ancora più stimolante e inafferrabile rispetto ai suoi film precedenti. La fuga dall’Iran è l’obiettivo di Simin, un’opportunità di rinascita che viene ostacolata dal marito Nader, a causa del padre a carico, malato di Alzheimer. L’unica soluzione praticabile per Simin sembra allora il divorzio, a condizione che la figlia Termeh vada con lei. E’ proprio lo sguardo di Termeh in questo senso ad assumere una collocazione centrale, capace di biforcare il racconto con la sua paura e i suoi desideri. Nader ricorrerà ad una soluzione temporanea assumendo Razeh, una donna incinta che accetterà di assistere l’anziano malato di Alzheimer non rivelando niente al marito per paura di gravi ripercussioni sulla sua vita e su quella della piccola figlia. E’ sull’intreccio dato che Farhadi costruisce una personale rilettura del cinema Iraniano degli ultimi vent’anni con un riferimento solo apparente al cinema in moto perpetuo di Jafar Panahi o al Kiarostami fine anni ’80; Una seprazionae, mette da parte qualsiasi forma di simbolismo esplicito e collocato sopra al ritmo della vita, favorendo uno stile diretto e sostenuto da un montaggio che diventa a poco a poco un rarissimo esempio di cinema dello sguardo dalla commovente potenza polifonica; polifonia che poco ha a che vedere con il consueto ricorso al racconto corale fatto di sovrapposizioni o di voci distanti, ma che cerca nel riverbero o nella voce apparentemente laterale una sorgente possibile capace di dare nuovo senso a quello che vediamo. Faradhi si serve di un ritmo serratissimo, a tratti difficilmente decriptabile con una sola visione per la sua intima ricchezza, affidando ai filtri dell’occhio (specchi, aperture, porte socchiuse, un lunotto infranto) e allo sguardo dei bambini una forza incendiaria in grado di svelare un’idea della verità che non si annida quasi mai nelle parole, ma che Rossellinianamente, incalza da fuori. E’ una distanza “etica” dell’occhio dalle verità dei personaggi, che non anticipa ne cancella.

Michele Faggi