giovedì, Settembre 24, 2020

Boxing Day di Bernard Rose – Venezia 69 – Orizzonti

A partire da un racconto giovanile di Lev Tolstoj (Padrone e Servo), l’eclettico Bernard Rose costruisce Boxing Day, apologo dolceamaro sulla fluidità delle pulsioni umane. Il regista britannico – capace di passare con disinvoltura dall’horror urbano (Candyman, ormai un cult del genere) alla biografia romanzesca (suo lo zoppicante Amata Immortale, dedicato agli amori veri e presunti di Ludwig van Beethoven) – completa la sua personale trilogia tolstoiana (Ivansxtc, del 2000 e The Kreutzer Sonata, del 2008), tenendo fede alla scintilla scoccata con il patinato Anna Karenina (1997). Niente costumi d’epoca e corsetti per un’opera che recupera l’essenza del racconto (il passaggio repentino dall’egoismo all’altruismo in un contesto ostile), aggiornandolo ai tempi della crisi di liquidità e della speculazione immobiliare. Due individui agli antipodi si trovano a condividere il medesimo spazio vitale, oscillando fra cameratismo e reciproco disprezzo, fino al momento in cui l’imprevisto li costringerà a scegliere da che parte stare. Terzo incomodo fra le umane passioni e debolezze, la natura matrigna (o solo indifferente) schiaccerà i suoi figli, azzerando la coerenza delle teorie politico-morali di partenza. Basil è un imprenditore losangelino schiacciato dai debiti, donnaiolo quando serve, buon padre di famiglia nel tempo libero. Case pignorate da acquistare sottocosto e da rivendere con un margine elevato sono l’affare che lo spinge ad abbandonare il focolare domestico subito dopo Natale. A gennaio sarà troppo tardi. Il profitto facile non aspetta la fine delle feste. Nick è un autista spiantato e malaticcio. Grasso in eccesso e troppo alcool, una ex moglie incattivita e qualche problema di memoria. Quando Basil si reca a Denver, per controllare lo stato di salute delle case che lo (ri)faranno ricco, Nick è ingaggiato per trasportarlo ovunque voglia fra i monti del Colorado. La fiction si fa parabola e Rose trasforma i propri personaggi in tipi, correggendo i manicheismi con qualche spunto umoristico. Basil è l’emblema del capitalismo arraffone, di uno yuppismo depresso dal mercato difficile e desideroso di rivalsa. Pronto a riproporre gli stereotipi giustificatori di ogni capitano di industria, il padrone oppone la vanità del moralismo di facciata di fronte all’inarrestabile marciare del sistema, i sospiri delle anime belle alla capacità di imprimere una svolta al mondo: se le amene villette saranno ugualmente acquistate, perché non guadagnarci? Il pragmatismo vince sull’inettitudine e sulla goffaggine di chi si arrabatta senza mai imbroccare la strada giusta, fallendo nel lavoro e nella vita privata. Nick diventa il servo e si pone come tale, incapace di ribaltare lo sguardo del presuntuoso individuo seduto al posto del passeggero. Propone l’equità sociale, ma si trincera dietro un “non sono d’accordo”, prendendosi piccole rivincite come farebbe un arlecchino privo di inventiva. Di fronte alle montagne innevate che li circondano, solo su un aspetto finiscono per concordare: gli uomini sono “amebe”, virus e malattie del sangue che si agitano in uno spazio silente e maestoso. All’interno dello stesso loculo (il vano dell’auto nuova di Nick), i due individui sono separati dalla barriera che divide conducente e passeggero. Solo alla fine Basil cambierà postazione, sedendosi accanto al compagno di viaggio. Mentre gli scompensi iniziali progressivamente si aggiustano, la coppia si allontana sempre più nella neve, alla ricerca dell’ultimo appuntamento della giornata, perdendo l’orientamento e la cognizione dello spazio percorso. Ma, quando la vettura rimarrà bloccata dal ghiaccio e perfino Cinthia (il fedele navigatore) dichiarerà forfait, Basil, isolato dai propri riferimenti culturali, si troverà a fare i conti con la propria coscienza: cercare la salvezza da solo per non morire assiderato o salvare la vita di un individuo semisconosciuto? Lontano da ogni eccesso nella resa formale e perfino nell’abbandono alla contemplazione degli scenari naturali, “Boxing Day” svolge la propria parabola fino alla conclusione, ribaltando le posizioni di partenza e regalando la speranza che, al di là delle sovrastrutture, anche gli uomini siano esseri umani.

Sofia Bonicalzi
Sofia Bonicalzi
Sofia Bonicalzi è nata a Milano nel 1987. Laureatasi in filosofia nel 2009 è da sempre grande appassionata di cinema e di letteratura. Dal 2010, in seguito alla partecipazione a workshop e seminari, collabora con alcune testate on line.

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