martedì, Settembre 22, 2020

Cuore e Anima – Ian Curtis e i Joy Division # 2 – Unknown Pleasures

Speciale in 4 parti dedicato a Ian Curtis e i Joy Division; la cronologia dell’intero speciale si consulta da questa parte

Lo sfondo nero pece della copertina di Unknown Pleasures (1979) ospita la riproduzione di un diagramma, realizzato dall’utopista Charles Fourier nel XIX° secolo: consiste nel tracciato di cento impulsi consecutivi emessi da una stella morente. Una splendida metafora per esprimere quanto attende l’ascoltatore.
I dieci episodi che compongono l’opera sono lampi freddi che attraversano il buio, segnali radio che si perdono inascoltati nell’immensità dello spazio profondo. Un senso di vuoto opprimente permea in uguale misura ogni singola traccia. È quasi privo di senso considerare le canzoni separatamente, l’album è un monolite oscuro che rivela appieno le sue qualità solo se ascoltato dal principio alla fine, senza interruzioni.

Il martellare convulso della batteria di Morris rompe il silenzio, seguito da un basso pulsante e distorto, mentre la chitarra mantiene ostinata il suo riff e il sintetizzatore genera in sottofondo vortici psichedelici: Disorder – come già Public Image dei P.I.L. – è un’istantanea del punk in transizione verso qualcos’altro. “Ho atteso l’arrivo di una guida che mi prendesse per mano/riusciranno queste sensazioni a farmi provare i piaceri di un uomo comune? – si domanda Curtis, concludendo – mi interessano a malapena per un altro giorno/conservo la volontà ma ho perduto le emozioni”.
L’incedere lento ed inesorabile di Day of the Lords riflette le immagini oppressive (“notti macchiate di sangue e dolore”) evocate dal testo.
Candidate ha un andamento ipnotico, sonorità ovattate. I discreti interventi di Sumner alla chitarra sono resi quasi inaudibili dal mix, la voce suona greve, sospesa in un’atmosfera crepuscolare (“ho combattuto per niente/cerco di raggiungerti e mi tratti in questo modo/viviamo secondo le tue regole/è tutto ciò che conosciamo”).
Insight vedrebbe la stessa figura melodica ripetersi all’infinito se non fosse per le esplosioni di rumori elettronici che, repentine, giungono ad interromperne il flusso. “Suppongo che i sogni debbano sempre concludersi/…ma non mi importa/ho perso la determinazione per chiedere di più/non sono più spaventato/li osservo mentre precipitano/e mi ricordo di quando eravamo giovani”: pronunciate da un uomo che all’epoca aveva poco più di vent’anni, queste parole pesano come macigni.
L’ossatura di New Dawn Fades è costituita da una tenebrosa linea di basso discendente, su cui Sumner alterna distorsioni ossianiche ed arpeggi cristallini, mentre il canto di Curtis passa da un sussurro ad un urlo disperato.

She’s Lost Control, sostenuta da una ritmica austera e robotica, definirà un decennio di musica dance a venire. Hook si mantiene sui toni alti, tesse una trama metallica che scorre a ridosso del muro eretto da Sumner con accordi cupi e soffocati. “La confusione nei suoi occhi dice tutto, ha perso il controllo/si aggrappa al primo che passa e lascia trapelare i segreti del proprio passato/si è immobilizzata sul pavimento, credevo che sarebbe morta/ha detto: ho di nuovo perso il controllo”: Le parole traggono ispirazione dall’esperienza lavorativa di Curtis – impiegato statale addetto al collocamento dei disabili – e dalla frequentazione di una ragazza affetta da epilessia, malattia che presto sarebbe divenuta un peso non indifferente per il cantante stesso.
Da uno spettrale fruscio di piatti emerge Shadowplay, colonna sonora di un’attesa nel buio “al centro della città, dove tutte le strade si incontrano”. La chitarra di Sumner, protagonista assoluta del pezzo, riverbera lancinante attraverso il vuoto.
In Wilderness la batteria sembra riecheggiare all’interno di una cattedrale. In questo immaginario “viaggio attraverso epoche diverse” la sofferenza di Curtis si identifica con quella dell’intero genere umano. I “santi con i loro giocattoli”, colpevoli di rappresentare il “potere e la gloria del peccato”, distruggono ogni consapevolezza di verità mentre “martiri sconosciuti” muoiono “con le lacrime agli occhi”.
Interzone è l’ideale controparte di Shadowplay, una scorribanda notturna attraverso l’allucinato paesaggio urbano di Manchester. Forse il pezzo più legato alle radici punk-rock del gruppo, si basa su di un riff Hard Rock sostenuto da una furiosa ritmica disco-funk.
Nella lunga I Remember Nothing, posta in chiusura, il basso dilata note lentissime, la chitarra si mantiene volutamente monotona, fruscii elettronici, tappeti di sintetizzatore e rumori concreti generano un’atmosfera soffocante. “Siamo stati degli estranei troppo a lungo – ripete sconsolato Curtis, forse riferendosi al fallimento del proprio matrimonio – le distanze sono enormi/ci fissiamo, ognuno dal proprio lato/siamo stati degli estranei troppo a lungo”.

Federico Fragasso
Federico Fragasso
Federico Fragasso è giornalista free-lance, non-musicista, ascoltatore, spettatore, stratega obliquo, esegeta del rumore bianco
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