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"Non so cosa ci sia di punk nei blink-182, mi sembrano gli Eagles con delle chitarre un po’ più cattive". Jello Biafra è incontenibile, sia sul palco sia in conferenza stampa. Pochi come lui riescono a far capire la loro passione politica e musicale in ogni cosa che fanno, in ogni frase che dicono. Lo abbiamo incontrato prima del suo concerto al Rock En Seine e non si è tirato indietro 

Settembre 21st, 2010
Jello Biafra, la foto-intervista @ Rock En Seine 2010

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Le foto sono di Francesca Pontiggia

Jello Biafra è incontenibile, sia sul palco sia in conferenza stampa. Pochi come lui riescono a far capire la loro passione politica e musicale in ogni cosa che fanno, in ogni frase che dicono. Lo abbiamo incontrato prima del suo concerto al Rock En Seine e non si è tirato indietro, raccontando di un’America e di un mondo allo sfascio, con serietà e ironia. Se ancora oggi si può parlare di punk, è anche grazie a lui. Ecco il risultato delle sue esternazioni.

Per prima cosa, come va? Come stai oggi?

Abbastanza bene, sono rimasto bloccato nel traffico da qualche parte, ma non sarò in ritardo per lo show; è una cosa buona per me, non so per il festival…

Sei contento di essere qui al Rock En Seine?

Sì, questa è una nuova data per me, in tour ogni anno scopri amici in città che non sapevi esistessero e di cui cerchi di dire il nome nel modo giusto, come ad esempio Charleville o Megeve, ma non riesci mai a pronunciarli esattamente, alla fine. Spero che il clima sia un po’ più mite di ieri sera; la sera prima siamo stati a Montbeliard e lo show è stato davvero caldo, mentre ieri a Megeve è stato come suonare in una ghiacciaia, ma ce l’abbiamo fatta comunque.

Perché la band che suona con te si chiama Guantanamo School Of Medicine? Come è stato scelto questo nome?

L’idea di base è simile a quella del nome dei Dead Kennedys: qualcosa che la gente non si dimentichi facilmente. In quel caso mostravamo in maniera molto ironica cosa accadeva alle persone che cercavano di cambiare le cose, e in parte è lo stesso con questo nome.

In questo caso sono stato deluso da Obama in molti modi. Non ho votato per lui, perché sapevo che era supportato da molti che in precedenza avevano spinto per l’elezione di Bush, ma speravo comunque che riuscisse a portare qualche cambiamento reale, per esempio nella battaglia per la salute e per i poveri o portando le nostre truppe fuori dagli stati che non ci appartengono. La cosa che più mi rende triste, che mi fa andare fuori di testa e che mi impaurisce, è che ancora adesso accadono crimini di guerra: la prigione di Guantanamo e le altre devono essere chiuse. Dovremmo lottare affinché questi luoghi dove i prigionieri sono rinchiusi senza processo e sottoposti a torture siano chiusi. La domanda che mi sorge è questa: perché non c’è stato un processo di Norimberga per crimini di guerra contro l’amministrazione Bush? Se non vengono colpiti adesso, prima o poi torneranno al potere e potranno fare di peggio, perché sapranno che possono fare qualunque cosa. E non sto parlando solo dei “grandi” nomi, cioè Bush, Cheney e Donald Rumsfeld, ma anche di chi lavorava con e per loro, permettendo le torture e anzi incoraggiandole; tutti loro dovrebbero essere processati e spediti in galera, ma non è successo e probabilmente un domani saranno loro stessi a governare la nazione. Il discorso è ancora più ampio e coinvolge praticamente tutti, da Condoleeza Rice a Colin Powell a Karl Rove: il fatto che nessuno di questi sia stato processato è una delle cose che più mi fa male, così come mi fa male che molta gente non sappia nulla di quello che è accaduto e ancora accade, o che credano che agli alti livelli non si sapesse nulla o che non fossero informati sulle torture e tutto il resto.

Hai detto di non aver votato per Barack Obama. Per chi hai votato allora?

Il mio voto è stato per Cynthia McKinney del Green Party. È stata una scelta dura, perché per molte elezioni ho votato per Ralph Nader, un amico, una grande persona; correva anche questa volta, ma volevo dare spazio a qualcuno che fosse più giovane, un volto nuovo.

Pensi che Obama sia troppo americano per cambiare l’America?

Obama è troppo americano per cambiare l’America? Non so come rispondere… La realtà è che il popolo americano non fa nulla e quindi riceve quello che si merita. Io non penso di meritare quello che Bush e il Tea Party hanno imposto in questi anni all’America, ma ancora oggi abbiamo la stessa società irreggimentata e razzista, specie nei confronti dell’immigrazione, per la quale vengono usati gli stessi metodi che utilizza Sarkozy da questa parte del mondo. Per esempio nello stato dell’Arizona è stata approvata una legge che permette alla polizia di fermare chiunque sia sospettato di essere un immigrato clandestino. Questo è terribile e puramente razzista, perché è un modo per colpire e terrorizzare anche chi è perfettamente regolare, chi vive in America da più generazioni, ma che per il colore della pelle può essere fermato e sospettato. Obama finora non ha fatto nulla per combattere queste cose.

 

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Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.