Il World Cinema Fund della Berlinale ha annunciato i risultati della sua quarantatreesima sessione di selezione, assegnando 365.000 euro di sostegno alla produzione a nove progetti provenienti da Bangladesh, Burkina Faso, Cambogia, Ecuador, Libano, Malesia, Filippine, Senegal e Turchia. Parallelamente, altri 28.000 euro sono stati destinati alla distribuzione nelle sale tedesche di tre opere già completate.
Nato nel 2004 e oggi parte integrante dell’ecosistema Berlinale Pro insieme a European Film Market, Berlinale Talents e Co-Production Market, il World Cinema Fund continua a occupare una posizione particolare nel panorama dei fondi internazionali: non tanto quella di un semplice strumento finanziario, quanto piuttosto quella di un’infrastruttura destinata a rafforzare cinematografie che operano in contesti produttivi fragili o marginalizzati rispetto ai tradizionali centri dell’industria audiovisiva globale.
La sessione 2026 è stata la prima presieduta da Sata Cissokho, subentrata alla guida del fondo alla fine del 2025, e ha selezionato nove progetti tra 373 candidature provenienti da 75 paesi differenti. La composizione geografica della selezione conferma alcune direttrici ormai consolidate del WCF: attenzione alle coproduzioni transnazionali, sostegno alle prime opere e continuità nei confronti di autori già emersi nei maggiori festival internazionali.
Tra i nomi più riconoscibili figura Amanda Nell Eu, regista malese rivelazione di Cannes con Tiger Stripes, premio della Semaine de la Critique nel 2023. Il suo nuovo progetto, Lotus Feet, sposta lo sguardo nella Malesia britannica del 1938 e utilizza il contesto della piantagione coloniale per affrontare questioni legate al controllo del corpo femminile, al patriarcato e alle strutture del potere imperiale. L’interesse di Amanda Nell Eu per la corporeità e la trasformazione identitaria, già centrale nel precedente lavoro, sembra qui trovare una dimensione storica e politica più esplicita.
Ritorna nel circuito del fondo anche Ana Cristina Barragán, una delle voci più interessanti del nuovo cinema ecuadoregno, già nota internazionalmente per Alba e recentemente premiata a Venezia con Hiedra. Il suo nuovo film, Amapola, segue un gruppo di adolescenti sopravvissute alla tratta di esseri umani rifugiate in una comunità isolata tra le mangrovie. Il progetto sembra proseguire quella riflessione sull’infanzia ferita e sui territori liminali che attraversa gran parte della sua filmografia, questa volta collocata all’interno di un contesto apertamente post-traumatico.
Tra i progetti più insoliti emerge HUM (OVUG) del regista filippino Don Josephus Raphael Eblahan, già presente nel circuito Berlinale Talents e al Talents Project Market. La storia di una cavallerizza indigena capace di imitare i versi degli animali e di un linguista incaricato di rintracciare un eco-terrorista nel cuore della foresta lascia intuire un’opera sospesa tra realismo ecologico, cosmologie indigene e speculative fiction, una direzione che negli ultimi anni ha caratterizzato parte del nuovo cinema filippino indipendente.
Anche Little Phnom Penh della regista cambogiana Chheangkea sembra inserirsi nel filone delle narrazioni diasporiche che stanno attraversando il cinema del Sud-est asiatico contemporaneo. Attraverso il rapporto tra memoria privata e storia nazionale, il film attraversa il periodo successivo ai Khmer Rossi fino alla California dei primi anni Duemila, seguendo una vicenda sentimentale che si estende tra generazioni e continenti.
Sul versante africano, il fondo sostiene il nuovo lavoro di Apolline Traoré, già passata dalla Berlinale con Sira. The Guardian of the Green Ocean intreccia ambientalismo, mitologia e conflitti economici contemporanei attraverso la figura di una donna chiamata a proteggere la foresta del proprio villaggio dall’espansione petrolifera. Anche qui il rapporto tra modernità e sistemi di conoscenza tradizionali appare al centro della costruzione narrativa.
Più radicato nella dimensione sociale appare invece Fagadaga del senegalese Yoro Mbaye, costruito attorno al commercio del pane invenduto proveniente dalla capitale e rivenduto nei villaggi rurali. Il conflitto tra economia informale, dignità personale e solidarietà familiare richiama alcuni temi ricorrenti del cinema senegalese contemporaneo, da Alain Gomis fino alle opere più recenti presentate nei festival europei.
Il documentario Waiting for Winter di Farid Ahmad porta infine lo sguardo sul delta del Jamuna in Bangladesh, dove le trasformazioni stagionali del territorio determinano forme di lavoro precario e dipendenza economica che il progetto definisce apertamente come nuove forme di schiavitù. Il rapporto tra crisi climatica e sfruttamento del lavoro rappresenta qui il nucleo centrale della ricerca documentaria.
La selezione comprende inoltre Birthday della libanese Lara Zeidan, ambientato durante gli scontri di Beirut del maggio 2008 e osservati attraverso lo sguardo di un’adolescente alla vigilia del proprio compleanno, e Goodbye for Now del regista turco Kasım Ördek, racconto urbano ambientato nelle periferie di Istanbul e costruito attorno alla scomparsa di una madre e alla ricerca della figlia.
Accanto alla produzione, il World Cinema Fund continua a sostenere anche la distribuzione europea di opere provenienti dai territori coinvolti dal programma. Nel 2026 hanno ricevuto supporto per l’uscita tedesca Aisha Can’t Fly Away dell’egiziano Morad Mostafa, A Useful Ghost del thailandese Ratchapoom Boonbunchachoke e DAO del senegalese Alain Gomis.
Più che individuare nuove tendenze estetiche unitarie, la selezione del 2026 sembra delineare una costellazione di film attraversati da questioni comuni: il corpo come territorio politico, le eredità coloniali, le migrazioni, le trasformazioni ambientali e le forme contemporanee della memoria collettiva. Temi che attraversano geografie molto differenti e che il World Cinema Fund continua a utilizzare come criterio implicito per costruire una mappa alternativa del cinema mondiale.





