Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Robin Campillo racconta gli anni della militanza nel movimento Act Up-Paris durante gli anni in cui cominciano le battaglie contro la disinformazione sull'AIDS. Politico e fisico, 120 Battiti al minuto di Robin Campillo connette presente e passato di una storia ancora attuale. In sala dal 5 ottobre grazie a Teodora film, da non perdere!!! Alcune anticipazioni 

Di

Siamo nei primi anni novanta e l’AIDS ha già mietuto moltissime vittime da circa dieci anni. Gli attivisti di Act Up-Paris moltiplicano le loro azioni militanti contro l’indifferenza generale. Nathan, che è un nuovo arrivo nel gruppo, rimane sconvolto dai metodi di Sean, militante radicale.

Robin Campillo giunge con 120 Battements par minute alla sua terza regia, dopo aver lavorato a lungo come sceneggiatore con Laurent Cantet. Questo film arriva a quattro anni di distanza dallo splendido Eastern Boys, presentato al festival di Venezia nel 2013. Campillo è stato attivista di Act Up-Paris, movimento che ha avvicinato nell’aprile del 1992, ovvero dieci anni dopo l’inizio dell’epidemia. Come uomo gay ha vissuto lungo tutti gli anni ottanta con la paura del contagio. Sono le parole di Didier Lestrade, il fondatore del movimento, a rompere il silenzio e a metterlo in contatto con una comunità di persone che cercavano di muoversi contro l’indifferenza generale, utilizzando il linguaggio politico e quello dell’informazione scientifica.
L’elettricità del movimento era quindi costituita dalla possibilità di acquisire conoscenza attraverso una comunità che metteva insieme persone diversissime per un fine comune.

Molte delle azioni a cui Campillo ha preso parte, sono diventate la genesi di alcune scene del film. Campillo è interessato a ricordare quanto lo standard, invece che l’informazione sul preservativo e sulle siringhe infette, era quello di un’omofobia dilagante, aspetto che ci siamo dimenticati, perché quando la società si evolve, ha detto Campillo, “si assiste ad una forma di amnesia collettiva su quello che eravamo prima“.

Insieme a Philippe Mangeot, membro del collettivo e assistente alla sceneggiatura per il film, Campillo ha cercato di riprodurre la pluralità delle voci interne al movimento sopratutto attraverso una sorta di “musicalità” che era possibile vivere durante i meeting.
Il cast è stato quindi deciso tra attori professionisti, persone che provenivano dal mondo del circo e della danza, ma anche altre reclutate attraverso Facebook e nei nights club, proprio per non rimanere ancorati all’idea di una ricostruzione pedissequa del passato, cercando di dare nuova vita al racconto di quegli anni con volti legati alla contemporaneità, anche per questo, la maggior parte degli attori del film sono e avrebbero dovuto comunque essere Gay.

Il cinema di Campillo in questo senso è più interessato a creare una connessione tra passato e presente, a partire dai vestiti, che per il regista francese non hanno tanto il senso di una ricostruzione fedele relegata alla superficie dell’immagine, quanto maggiormente legati al corpo e al movimento, al modo in cui la comunicazione non verbale si lega e si legava all’impiego di un tipo di abbigliamento specifico e riconoscibile. In questo senso l’approccio è fortemente antropologico, ma senza la necessità di mettere personaggi e set sul tavolo autoptico, mantenendo quindi al centro la fisicità, le tecniche di comunicazione utilizzate (centralissime nel film), sopratutto in un periodo in cui non c’erano i cellulari e i social network, ma c’erano i fax. In questo senso la comunità doveva per forza trovare una connessione fisica, che è in parte perduta nella società liquida.

L’incorporamento è quindi una questione centrale in 120 Battements Par Minute, una prassi della politica radicale che si connette fortemente a quella del corpo come strumento politico: far vedere la malattia, mostrarla, renderla improvvisamente parte del “discorso”, come unico ed efficace strumento di battaglia. Ecco che il corpo e la corporeità della battaglia diventa per Campillo una scelta storico-politica ma anche precisamente cinematografica.
La malattia era una questione di vita per i membri dell’Act Up, viverla e rappresentarla era l’unico linguaggio possibile. Una rappresentazione che spesso confina con la rabbia personale e l’impotenza, ma che si faceva carico di un fortissimo scandalo in termini politici.

Insieme al direttore della fotografia Jeanne Lapoirie, Campillo ha sviluppato un metodo di ripresa della scena come un’estensione della continuità offerta dal piano sequenza, ma utilizzando tre diversi punti di ripresa e tre diverse camere, senza il terrore di aggiustare completamente le luci e il suono, ma cercando di farlo frammento dopo frammento. Questo offre un senso di spontaneità molto ampio, senza che gli attori siano in qualche modo guidati a riempire i vuoti.

Senza la mania del controllo, il cinema di Campillo si muove sempre di più al ritmo di un invisibile battito cardiaco, è cinema eminentemente musicale più che corale, insieme ai suoni del tempo e alla particolare rilettura dell’house music realizzata da Arnaud Rebotini, autore della colonna sonora.
L’unico brano della cultura popolare che emerge è Smalltown Boy dei Bronski Beat, uno dei primi ricordi di Campillo durante l’impegno per Act Up, grazie al concerto che Somerville concesse all’associazione presso la sala del Cirque D’Hiver. Qualla canzone fu uno stimolo fortissimo per la sua generazione.

Michele Faggi