lunedì, Aprile 12, 2021

I Care A Lot di J Blakeson: recensione

J Blakeson, regista di The Disappearance of Alice Creed e The 5th Wave, dirige Rosamund Pike nella black comedy I care a lot, tutrice nominata dal tribunale per sequestrare i beni di persone anziane. Presentato in anteprima al Toronto Film Festival, il film è disponibile da febbraio in streaming

Marla Grayson è cattiva. Imprenditrice senza scrupoli, ha costruito un business tanto redditizio quanto spietato sfruttando a proprio vantaggio, e del tutto legalmente, una controversia del sistema americano di tutela degli anziani: forte della complicità di medici corrotti, Marla si propone di fronte alla corte, scacco dopo scacco, come tutrice legale di cittadini considerati incapaci di intendere e di volere, e quindi di gestire autonomamente i propri patrimoni, obiettivo ultimo di lei. Marla Grayson è cattiva e non ha moventi, non nutre rancori, non vive drammi che la spingano ad agire in tal senso, non cova vendette. Marla Grayson è una stronza fatta e finita, la cui caparbia, ripugnante aspirazione al successo a qualsiasi costo porta avanti l’intreccio elettrizzante di un film – I Care A Lot di J Blakeson, disponibile su Prime Video – spregiudicato come la sua protagonista, auspicabilmente tra le capofila al cinema di quella vasta schiera di antieroine che già da qualche anno popolano gli universi narrativi della serialità televisiva, coniugando nei propri corpi di personagge l’interesse per la rappresentazione ambigua dell’umano confine tra bene e male e la sensibilità post-femminista della contemporanea pop culture.

Non senza implicazioni per ciò che riguarda le possibilità di racconto del femminile: Marla e le altre sono ambiziose, calcolatrici, rudi, promiscue, e per questo bellissime. Se i personaggi antieroici, con il portato di immedesimazione difficile che li contraddistingue, rivestono intrinsecamente la funzione di critica, esplicita o implicita, nei confronti dell’immagine che lo spettatore ha maturato di sé, condizionato dalle più convenzionali – e normative – rappresentazioni dei comportamenti morali, è chiaro che la messa in scena dell’antieroina sia capace di espandere gli orizzonti di rappresentabilità delle donne mettendo allo stesso tempo in discussione l’ordine di genere al di qua dello schermo. Che Marla sia spregevole, è esattamente il punto. La scommessa più rischiosa e vincente del film.

Emblema di come sfruttare con successo la picture personality di una star, I Care A Lot fa di Rosamund Pike – bitch indiscussa – la propria premessa: di Marla sappiamo veramente poco, ma il suo tagliente caschetto biondo a incorniciarne il sorriso inconfondibile, ghigno e presagio di morte (“din don”), ci dice tutto quello che è necessario sapere. Marla Grayson cioè, al di là di ogni scontata analogia o differenza drammaturgica, è figlia di Amy Dunne (Gone Girl, David Fincher 2014), e non tradirà le aspettative. Ostinata fino al punto di non ritorno dell’ossessione, farà “tutto ciò che è necessario” per prendersi “cura” dell’anziana Jennifer, a sorpresa – ma in maniera del tutto coerente con il sovvertimento della norma di genere in questo pazzo mondo criminale – non meno sociopatica di lei.

Un po’ Villanelle senza sporcarsi le mani, un po’ Eve in corsa contro il tempo, l’antieorina di J Blakeson parla con la stessa dose di cinismo e black humor – pur essendo questo un film dalle implicazioni decisamente americane, il suo è uno spirito del tutto british – delle creature uscite dalla penna di Phoebe Waller-Bridge (Killing Eve, Fleabag), fino a che la discesa infernale nel territorio notturno della criminalità organizzata non determina un cambio di tono.

Il passaggio, al giro di boa del film, dalla dark comedy al crime movie è scivoloso, ma a reggere, e a tenere alta una tensione mutata di specie, è la solidità di Marla, che risorge dalle tenebre – scorcio manifesto sulla profondità emotiva di una villain che si fa complessa – per essere restituita al mondo nitido e agghiacciante della brutalità quotidiana, dove tutti sono villain, però a carte coperte. Non solo Marla, il malavitoso Roman Lunyov (Peter Dinklage) e l’insospettabile vecchina interpretata dall’immensa Dianne Wiest, ma tutti, leoni e leonesse che azzerano ogni margine di azione per gli agnelli, destinati a soccombere in una società in cui o vinci, a patto di avere una buona dose di stupidità insieme al coraggio, o muori. Se vi sembra che l’epilogo ribalti questo assunto, aspettate di sentire l’amarezza che si porta dietro. Scoprirete, destabilizzati, che stavate facendo il tifo per la leonessa.

Veronica Canalini
Critica Cinematografica iscritta al SNCCI. Si anche classificata al secondo posto al concorso di critica cinematografica “Genere femminile: quando le donne criticano il cinema” indetto da Artemedia, oltre a scrivere di Cinema per Indie-eye, si è occupata di critica letteraria per il Corriere del Conero.

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