mercoledì, Dicembre 2, 2020

Il Forteto di Simone Manetti: recensione

Simone Manetti dirige una docu-serie in due parti, dedicata alle vittime de "Il Forteto", prodotta da Andrea Paris e Matteo Rovere e disponibile su Crime+Investigation, Sky Canale 119 . La nostra recensione

Le origini de Il Forteto devono essere contestualizzate in quel complesso di finanziamenti e interventi della comunità montana, operate alla fine degli anni settanta nelle zone del Mugello e della Val di Sieve per favorire lo sviluppo della cooperazione. Una civiltà contadina che resiste e ripopola le proprie terre grazie anche allo strumento dell’associazionismo. Nel 1979, solo nel Mugello, operavano più di dieci cooperative, tutte secondo i principi di una nuova agricoltura che tendeva a recuperare un territorio prezioso e prima di allora, mal coltivato o ridotto in stato di abbandono.

Il Forteto è una di queste e già ad un anno dalla sua fondazione, finisce sotto i riflettori della cronaca locale. Nel dicembre del 1978, Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi, i due fondatori storici, vengono tratti in arresto su ordine dei sostituti procuratori Carlo Casini e Gabriele Chelazzi, con pesanti accuse: maltrattamenti, atti di libidine violenti, lesioni e violenza privata. Saranno rilasciati pochi mesi dopo, continuando ad esercitare una lunga catena di abusi e violenze durata più di 30 anni.

Se si esaminano con attenzione gli articoli pubblicati tra il 1978 e il 1980 da L’Unità, l’allora organo ufficiale del Partito Comunista Italiano, i toni oscillano tra prudente, ma fermo garantismo rispetto alla vicenda che coinvolge Fiesoli e Goffredi e un’esplicita difesa ideologica dei presupposti che avevano favorito la nascita di un’esperienza comunitaria, considerata positiva. Quest’esperienza viene delineata attraverso una serie di articoli, come il frutto dei nuovi principi cooperativi, terreno possibile e adatto per il recupero e l’inserimento in ambito lavorativo di giovani dropout e persone affette da disabilità. Il richiamo è alla rivoluzione personalista e comunitaria di Emmanuel Mounier e a quell’essere-verso che caratterizza uno dei frutti più influenti della dottrina sociale della Chiesa Cattolica. In quegli anni ne è convinto anche Alberto Cecchi, che su L’Unità dell’11 Novembre 1980 pubblica un articolo dedicato all’esperienza de “Il Forteto” descrivendola come presidio e caposaldo per cambiare la società e salvare l’uomo, attraversato da una “religiosità biblica, drammatica, angosciosa“. Il Forteto viene individuato come simbolo di lotta e prospettiva contro l’accelerazione capitalista che riduce l’individuo ad un consumatore.

La miniserie dedicata alla lunga vicenda processuale de Il Forteto, prodotta da Andrea Paris insieme a Matteo Rovere e realizzata dal regista e montatore Livornese Simone Manetti per Crime+Investigation, non indaga l’ambito e le tensioni socio-religiose in cui maturano filosofia e prassi della famiglia funzionale, concepita dalle teorie di Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi. Il breve riferimento a quel brodo di coltura che era il cattolicesimo del dissenso di area toscana, viene affidato ad una delle prime testimonianze, resoconto descrittivo di una scelta maturata sin dal 1968, quando i membri fondatori della cooperativa si incontravano nei gruppi di impegno cattolico, nelle università, alle riunioni dell’Azione Cattolica, nei cineforum e nelle fabbriche. Luoghi di formazione considerati come genesi ideale e filosofica del progetto.
Il Forteto viene descritto come una vera e propria comune, dove il “bombardamento d’amore” è costante, l’autogestione senza padroni una regola, l’abbandono della famiglia nucleare e di tutto il suo portato ideologico, un gesto necessario per vivere fuori da una realtà oppressiva e limitante.

Manetti si interessa solo marginalmente a tutta la nutrita letteratura teorica edificata intorno alle attività de “Il Forteto” lungo più di 30 anni di attività e che coinvolge svariati ambiti della cultura cattolico-marxista, socio-pedagogica e politica, per privilegiare la totale prossimità alle vittime, ai loro volti e alle loro drammatiche testimonianze.

La parola e i gesti racchiudono tutto il senso di un evento terribile. L’immagine emerge dalla persistenza di alcune descrizioni, tanto da materializzare le forme di una violenza “grafica” in contrasto con la disperazione dello sguardo indirizzato verso il vuoto, segnale doloroso di un desiderio spezzato.

Il fallimento dell’utopia comunitaria si delinea come interruzione brutale di quel cammino a cui allude nei suoi scritti Eduardo Galeano per descriverne la forza. Traditi e coinvolti dallo stesso motore ideale, quello del bene in comune che contrasta le ideologie mercatiste, vittime e carnefici confondono le loro esperienze in uno scambio di ruoli che viene generato dalla frammentazione soggettiva del ricordo. Tutto ciò che non vediamo e che diventa testimonianza sofferta, ha la capacità di trasmutare la cronaca in immagine pulsante e indicibile.

In questo senso, il lavoro di Manetti è lontano anni luce dalle inchieste di quadratura televisiva, perché lascia aria e spazio ai testimoni, dona loro la possibilità del ritratto intimo, anche quando deve convivere con l’orrore. Ecco perché commozione e rifiuto, disgusto e atrocità occupano gli spazi in cui il regista livornese ha deciso di filmare. Stanze dismesse, svuotate dalla loro funzionalità, fotografate da Sara Purgatorio con una profondità oscura che ne sfuma i dettagli, quasi fossero un limbo incrostato dagli agenti del tempo, dove l’orrore si è sedimentato tra pareti e mobilia.

Senza emergere da un’ipertrofia morbosa, il riferimento alle violenze frappone una distanza con l’obiettivo di Manetti, distanza che gli serve per offrire spazio al gesto e alle esplosioni emotive.

Eppure l’orrore traccia la memoria e lascia segni: le scope spezzate per picchiare a sangue i bambini, la distorsione della maieutica come processo di estorsione e corruzione della verità, la masturbazione come atto impuro e osceno, il ragazzo costretto a mangiare il pasto di un cavallo e a ingoiare una seconda volta il proprio vomito, l’immagine del “profeta” innamorato di Cristo e quasi sempre con il cazzo in mano, gli interrogatori e i “chiarimenti” strutturati come quelli di un regime, il Tribunale dei Minori che affida i bambini alla struttura come “sacchi di mais”, la forza di un gruppo che perpetra le stesse dinamiche per emulazione e immolazione, i ripetuti abusi, gli psicofarmaci per rendere gli ospiti “inerti”, la scelta tra “vivere o morire”.

Separati a forza dall’idea di famiglia tradizionale e costretti a stabilire relazioni sulla base di un principio ideologico che doveva fare a pezzi qualsiasi desiderio individualista, i bambini e le bambine del Forteto vengono calati nell’utopia che non hanno immaginato né scelto. Il sogno di alcuni che diventa incubo per gli altri.


Questo emerge chiaramente dal film di Manetti, il cui valore non è semplicemente documentale, tanto da affidarsi solo parzialmente alle immagini di repertorio, alle testimonianze televisive e ai frammenti del processo. Di quel materiale, utilizza solo alcuni momenti, facendoli interagire con le risorse materiali private. Le fotografie, le polaroid dei ragazzi, le registrazioni audio di alcune aggressioni, contribuiscono a creare un’eco lontana, la distanza dei materiali dalla memoria, il cui orrore sembra incontenibile.


Se nella tradizione ebraica è categorico l’atto del ricordare, questo a livello cognitivo ha altre implicazioni, che nel passaggio dalle ferite della carne alla memoria deve diventare fiaccola e strumento per essere tramandato alle generazioni successive.


Manetti cerca e rintraccia una dimensione etica nello spazio dedicato ai testimoni e alle vittime, restituendo loro dignità. Per quanto ci si sforzi di comprendere le ragioni che hanno concesso a Fiesoli e Goffredi di agire indisturbati, questo vuoto di verità viene colmato solo dalle storie personali e tangibili filmate, mentre compiono un processo identitario altrimenti impossibile. Calati in uno sfondo urbano oppure naturale, Manetti conclude il suo lavoro con una serie di ritratti che riaffidano alle vittime un contesto quotidiano.

Quando Gino Calamai, uno dei soci della cooperativa che per primo denunciò gli abusi, racconta che nessuno dei fondatori del Forteto può essere considerato come vittima, ma parte di una macchina che aveva bisogno di determinati ingranaggi per funzionare, si ha la netta sensazione che il lavoro di Manetti ci conduca altrove, in una dimensione non giudicante dove pentimento e perdono possono trovare spazio, a dispetto di una società che concepisce il carcere come vendetta, la stessa concezione che in fondo impedisce sia fatta piena giustizia.

Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

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