mercoledì, Gennaio 27, 2021

Miss Marx, una conversazione con Susanna Nicchiarelli

Un film deve spingerci a vivere il nostro presente in maniera ancora più autentica, più vera, e deve farlo attraverso la condivisione con gli altri, la discussione e la riflessione critica. Sono parole di Susanna Nicchiarelli, intervistata da Veronica Canalini per Indie-eye Cinema. Alla scoperta di "Miss Marx"

Dopo Nico 1988, Susanna Nicchiarelli si avvicina ancora ad una figura femminile, sondando gli interstizi della storia. Era il dramma dell’esilio per Christa Päffgen, è la ricca corrispondenza destinata agli affetti più cari prodotta da Eleanor Marx durante la sua vita. In entrambi i casi, la persistenza del mito, molto diversa tra le due figure, passa attraverso lo scontro con la dimensione intima, vero e proprio rilevatore di un cambiamento che rende ogni gesto significante in termini di militanza attiva. Un secolo prima di quel “personale è politico” individuato dal radicalismo di Carol Hanisch, Eleanor si interroga dolorosamente sulla propria identità in un modo altrettanto dirompente, consumandosi nel tentativo di connettere il dissidio della vita privata all’emergere di alcuni fenomeni sociali, politici e antropologici di portata più ampia.  

Dopo la partecipazione in concorso alla 77ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e il premio ottenuto dalla Federazione Italiana dei Cineclub, “Miss Marx” è circolato nelle sale tra settembre e ottobre, nei pochi mesi di luce consentiti ad autori ed esercenti durante l’emergenza epidemiologica. 
Per conoscere da vicino le ragioni e le scelte che hanno animato Susanna Nicchiarelli per questa sua nuova avventura cinematografica, Veronica Canalini l’ha intervistata per Indie-eye Cinema 
(Redazione Indie-eye)

[Le foto dell’articolo sono di Emanuela Scarpa]

Eleanor Marx è un’icona (per la verità poco conosciuta) figlia di un’icona (questa gigante, ingombrante), cioè Karl Marx. Questo “Miss” con cui ti riferisci a lei nel titolo ha un sapore ironico, provocatorio. In che modo Miss Marx era irriverente per la propria epoca?

Lei fa parte di quella generazione di gente che ha avuto la forza e il coraggio di reinventare il mondo, di pensare che un altro mondo fosse possibile, un mondo senza ingiustizie. E mi piaceva molto l’idea di raccontare quella generazione lì, in questo momento nel quale, secondo me, abbiamo bisogno di quel tipo di energia. Miss Marx non si è mai sposata, e bisogna tener presente che con quest’uomo [Edward Aveling, nda] che di fatto le distrugge la vita, in realtà Eleanor non aveva alcun rapporto di dipendenza. Quindi non era sposata, non aveva figli e, soprattutto, era lei che manteneva lui, non il contrario. Per me sarebbe stato un film interessante anche dal punto di vista dell’attualità: il ritratto di una donna contemporanea che non ha niente di pittorico, non un film sulle donne dell’Ottocento. Sicuramente questa ironia che dici c’è ed è importante, sia per quanto riguarda il rapporto che lei aveva con gli uomini, sia, più in generale, a proposito del rapporto della classe intellettuale a cui lei apparteneva con le classi popolari per le quali combatteva: mostrare la differenza economica che c’era tra loro evidenzia anche tutte le contraddizioni della vita dei rivoluzionari.

Irriverente, punk come la colonna musicale, è anche il ritratto tutto contemporaneo – appunto – che restituisci di lei. C’è qualcosa della Maria Antonietta di Sofia Coppola?

Anche se è un film che ho amato tantissimo, Eleanor è molto diversa da Maria Antonietta, che è una ragazzina, un’adolescente incosciente che viene raccontata come un’adolescente contemporanea. Però è effettivamente molto interessante vedere come usando tutta una serie di espedienti, tra i quali anche la musica, si riesce a portare i personaggi molto più vicini a noi. La musica come pure il costume, l’atteggiamento, la recitazione. Di solito, al contrario, i film d’epoca sono un po’ come libri di storia, ci allontanano dai personaggi facendoli parlare in modo molto diverso dal nostro, facendoli muovere in modo diverso. Quello che ho sentito io quando ho iniziato a studiare le lettere di Eleanor Marx, invece, era proprio la vicinanza. E allora sicuramente Maria Antonietta di Sofia Coppola è un film che ci avvicina moltissimo a Maria Antonietta, la fa uscire dai libri di storia e ce la fa capire. Nonostante questo, sono due personaggi molto diversi: io non ho voluto attingere a tutto l’immaginario del rock anni Settanta e Ottanta, ma ho voluto usare una musica contemporanea come il punk, che è una musica di lotta. I Downtown Boys sono un gruppo americano contemporaneo, sono molto giovani e si dichiarano comunisti. La loro musica è difficile da ascoltare. E io credo che in quel punk lì ci sia la vita e la morte, che poi sono i due elementi che ci sono nella vita di Eleanor Marx. C’è la lotta ma anche la disperazione, e credo che la forza di quel punk così irriverente sia una forza che parla molto all’oggi.

Hai scelto di raccontarla, Eleanor, in tutta la sua verità di donna, e di essere umano più che di donna. Le sue battaglie politiche le faceva per i più deboli (le donne tra loro), ma i suoi tormenti privati erano e sono quelli di tutti gli uomini della sua e della nostra epoca. Combatteva per l’emancipazione femminile ma era innamorata di un uomo misero e narcisista. Si tratta di una demistificazione coraggiosa, e rischiosa. C’è infatti il pericolo, ormai, che la rappresentazione delle donne da parte di altre donne finisca per ridursi a essere catalogata tra i poli di “femminista” e “antifemminista”. È una deriva che non appartiene alle intenzioni del tuo film.

No, certo. Il bello del cinema è che può raccontare le cose nella loro complessità, non è uno slogan ma un racconto, una storia che può svilupparsi in tutte le sue articolazioni. Raccontare la complessità del processo, sia dell’emancipazione che della lotta per una società più giusta, è un servizio importante che possiamo fare a tutti noi, per renderci conto che anche la vita del rivoluzionario è una vita complicata. È complicato in ogni settore della propria vita portare avanti le proprie idee. È complicato nella misura in cui parti più razionali di noi entrano dentro le emozioni, mentre nelle parti più irrazionali, più emotive, entra a volte la razionalità a orientarci. È molto difficile dividere i settori della vita.

Non certo una Eleanor che vive all’ombra o in funzione degli uomini, quindi, ma una Eleanor a tutto tondo per cui le relazioni sono per forza di cose determinanti, costitutive. E questo non vale solo per Eleanor, vale per tutti.

È così, e mi dà fastidio quando si dice che lei si trova all’ombra del padre. Ha fatto le sue battaglie, non viveva all’ombra del padre – pur nella misura in cui qualunque marxista comunque vivesse all’ombra del padre. Ovvero Eleanor credeva nelle idee del padre, e le ha portate avanti per tutta la vita. È anche normale che non sia nota come il padre, ma è giusto così. Era una persona che faceva una politica attiva: non era una filosofa, era una comunicatrice. Il rapporto con il padre è interessante in quanto rapporto padre/figlia, non per il fatto che suo padre fosse Karl Marx. Ed Eleanor questo padre lo ha idealizzato fin dall’infanzia: quando nel film lei viene a sapere della relazione di lui con una donna diversa da sua madre il suo cuore si spezza.

Lo dicevi, hai conosciuto Eleanor attraverso le lettere. Le parole che sentiamo pronunciare nel film sono proprio le sue, tratte dalle sue lettere. La scrittura, quindi, come spazio della memoria, delle illusioni perdute, ma anche del progetto che allunga l’ombra della protagonista verso il futuro, che è il tempo in cui noi viviamo. Che rapporto hai con la memoria?

Credo che la memoria sia un’occasione per riflettere sul presente, e nella misura in cui la memoria ci serve a riflettere sul presente, a me piace moltissimo muovermi in quest’ambito, non a caso ho fatto molti film sul passato. La memoria però non deve essere una scusa per non vivere il presente, come succede a volte quando si trasforma in nostalgia. Spesso anche in molti film diventa un modo per vivere nel rimpianto, per ricordare con malinconia come eravamo o com’era bella la vita tanto tempo fa: questo è controproducente. Un film deve spingerci a vivere il nostro presente in maniera ancora più autentica, più vera, e deve farlo attraverso la condivisione con gli altri, la discussione e la riflessione critica. I film servono a questo. Io faccio sempre film sul passato non perché scappi dal presente ma perché invece ritengo che i soggetti che scelgo parlino proprio al presente, con una forza in realtà anche maggiore di un film ambientato nella contemporaneità. Nel momento in cui le parole di Eleanor parlano all’oggi acquisiscono infatti il valore di qualcosa di assoluto, di universale.

E il tuo rapporto con la scrittura invece? Come hai lavorato per dare spessore alla sceneggiatura di Miss Marx? È una sceneggiatura densa e stratificata, sotto il velo dell’immediatezza c’è un universo di temi, di corrispondenze che si incastrano.

La scrittura è anche un lavoro di grande collage. Io ho lavorato moltissimo sulle fonti, e molti dialoghi sono testi di lettere, i discorsi di Eleanor sono testi delle sue opere. Ho studiato lettere non solo sue, ad esempio i dialoghi con Olive Schreiner vengono da lettere di Olive Schreiner. Poi ho scritto delle scene da zero ovviamente, ma inventandole le ho immaginate sulla base di tutte le letture che avevo fatto. Devo quindi moltissime delle parole che ho usato ad Eleanor Marx e al modo in cui a quel tempo si esprimevano effettivamente tra loro, a come scherzavano, all’ironia che usavano. Per esempio l’impressione che ho ricavato dalle lettere è che non ci sia stato mai tra Eleanor e Edward un confronto diretto, così anche nel film non c’è mai tra i due un confronto diretto: dalle lettere si capisce anche quello che non succede. Si potrebbe dire che non ero lì e non posso saperlo, ma talmente tanto si scrivevano, talmente tanto si raccontavano le cose, che si capisce. Insomma, ho fatto un grande uso di fonti, e il grosso del lavoro di scrittura quando fai una biografia è la scelta, scegliere che cosa raccontare e che cosa no. Il grande pericolo del film biografico, infatti, è di scadere nell’aneddotica perché tutto rischia di sembrarti interessante.

Eleanor Marx scrive, legge, traduce. Crede nel potere liberatorio della letteratura, del teatro, dell’arte. È una fede, la sua – e la nostra – purtroppo di grande attualità. Siamo “solo” dei punk? E come si fa per continuare ad esserlo?

Le cose non sono mai facili, non lo sono mai state per le arti e per gli artisti, e il cinema dalla sua nascita è sempre stato in difficoltà per un motivo o per un altro. Prima è arrivata la televisione, poi le Vhs e i Dvd, poi è arrivato Netflix, poi questo o quell’altro: le crisi del cinema sono una specie di fatto ciclico. Però esiste il bisogno delle persone di condivisione, di stare insieme, di discutere, di partecipare: è qualcosa di connaturato all’essere umano, non siamo soltanto degli esseri che mangiano, dormono e consumano. La fruizione artistica, la condivisione con altri, è una parte fondamentale della nostra vita per la quale bisogna sempre lottare. Naturalmente dal punto di vista commerciale non è sempre vincente, o almeno la maggior parte delle volte non lo è, per questo presuppone una lotta, una resistenza.

Che sia l’ironia di cui dicevamo la chiave per scuotere le coscienze?

Il punto è dare gli strumenti per un pensiero critico, per vedere le cose sotto un altro punto di vista, per ripensarle, per cambiare opinione, per discutere, ma anche per riflettere sui propri sentimenti, sulle proprie emozioni, su come queste si articolano. A tutto questo serve il cinema, per me. Il cinema non è un addormentare le coscienze, né può avere una funzione consolatoria, ti deve aprire nuove prospettive. Il complimento più bello che mi hanno fatto su Miss Marx è stato: «continuo a pensarci». Da spettatrice so che è la cosa più importante. A volte mi capita anche con dei film che lì per lì non mi erano neanche troppo piaciuti, mi ritornano alla mente delle immagini e mi accorgo allora che sono film importanti. I film importanti ti entrano nella vita in un modo molto più complesso di qualcosa che è semplice intrattenimento.

La musica dei Dowtown Boys che fa scoppiare l’inquadratura, i capelli arruffati di Romola Garai che dissacrano un mito: questa è una scena importante.

La band dei Downtown Boys mi piace moltissimo, sono ragazzi giovani che fanno canzoni contro Trump, sono comunisti in America, puoi immaginare… e Victoria Ruiz è una cantante e una donna piena di energia. Mi piaceva l’idea che in qualche modo le due voci si confondessero, la sua e quella di Eleanor. Entrambe le abbiamo sentite per tutto il film, ma in questa scena, che rappresenta l’incontro tra la scelta di questa musica e l’immagine, diventano una voce sola.

All’inizio ho coinvolto Sofia Coppola non per caso. Il suo nuovo film, On The Rocks, è uscito da poco, e al solito qualcuno ha parlato di cinema “estetizzante”, “borghese”, “vuoto”. Come se questo vuoto non fosse poi la sostanza precisa di cui è fatto. Ne approfitto per riflettere con te su una contraddizione che mi pare ci sia: mentre si rivendica più spazio per le voci di donna al cinema, si lascia intendere però che il punto di vista di certe donne – borghesi, istruite, diciamolo pure, privilegiate – sia già stato ascoltato a sufficienza…

Penso che non dovrebbe fare notizia il fatto che una regista sia donna. Siamo degli individui, e ogni regista -uomo o donna che sia – è diverso. Non esiste una regia femminile o una regia maschile. Ci sono uomini che hanno saputo raccontare le donne in una maniera eccezionale, e viceversa. Dobbiamo arrivare al momento in cui non farà notizia se il regista è uomo o donna, ma si parlerà del film e basta. Io questo vorrei, e non voglio nemmeno sentirmi dire che un cinema femminile è bello, perché non si tratta di cinema femminile, si tratta solo di cinema.

Veronica Canalini
Critica Cinematografica iscritta al SNCCI. Si anche classificata al secondo posto al concorso di critica cinematografica “Genere femminile: quando le donne criticano il cinema” indetto da Artemedia, oltre a scrivere di Cinema per Indie-eye, si è occupata di critica letteraria per il Corriere del Conero.

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