sabato, Agosto 15, 2020

Umanità e sfrontatezza. Intervista a Jan Soldat

Jan Soldat appartiene alla graffa dei registi tedeschi senza scrupoli, geniacci come Christoph Schlingensief, Romuald Karmakar, per certi versi anche Oskar Roehler: talenti sgarbati, lontani anni luce dai gusti caramellosi del grande pubblico e poco presenti in sala, eccezion fatta per i festival. Nato nell’ex Klar-Marx-Stadt trentuno anni fa, dal 2010 Soldat presenta puntualmente i suoi lavori alla Berlinale, e nel 2013 ha fatto parlare di sé anche alla Festa di Roma col mediometraggio Der Unfertige. Indie-Eye l’ha incontrato in una Kneipe di Prenzlauer Berg, il quartiere di Berlino dove vive, a una settimana dalla chiusura della 65. Berlinale che ha visto la sua partecipazione in Panorama Dokumente con Haftanlage 4614.

SB: Nei tuoi film vedo due tendenze. Quella dominante riguarda soprattutto i documentari: la camera resta ferma e indaga un mondo privato, spesso chiuso tra quattro mura. Come molti critici hanno già notato (ad esempio Thomas Groß sulla «Tageszeitung»), questo stile documentaristico ricorda da vicino Ulrich Seidl. L’altra tendenza, minoritaria, emerge in due film correlati: Crazy Danny Tiger (2012) e Dann is’ es halt so (2013). Qui abbiamo una camera mobile che pedina «ragazzi selvaggi» di provincia: è una nicchia della tua produzione che tira in ballo l’universo di Harmony Korine, spostandolo dall’America profonda all’ex DDR. Come ti rapporti a questi due modelli?

JS: Mi piacciono entrambi, molto, anche se non mi paragonerei mai a loro. In Crazy Danny Tiger il tema è senza dubbio la frustrazione, la mancanza di senso, le tensioni adolescenziali che ho provato anch’io a quell’età: la voglia di spaccare tutto, di far succedere le cose. Per quanto riguarda più in generale Ulrich Seidl, certo, mi sono spesso rifatto a lui, ad esempio in Geliebt [corto sulla zoofilia, riconducibile a Tierische Liebe]. Ci sono tuttavia delle differenze. Io insceno con maggiore parsimonia e inquadro solitamente in maniera frontale, mentre nei suoi film ci sono anche angolazioni oblique, dal basso verso l’alto o viceversa. Seidl prepara un ambiente, mentre io faccio mettere le persone a loro agio e la camera si limita a reagire a questo equilibrio, vi si aggiunge. Inoltre, la tensione spirituale, l’attenzione anche ossessiva al dato religioso che pervade il suo cinema mi è del tutto estranea. A me interessa solo l’essere umano, meglio se collocato in uno spazio più ampio. Malgrado occupi solo una porzione di questo spazio, ogni cosa che fa diventa importantissima.

Geliebt
Geliebt

SB: Guardando Haftanlage 4614 ho avuto la sensazione che in certe scene la camera fosse stata per così dire abbandonata, per consentire ai protagonisti di agire più liberamente.

JS: No, sono sempre presente. In Haftanlage c’è solo un momento del montaggio definitivo, quello in cui Arwed e Dennis guardano una partita dei mondiali come due piccioncini, in cui in effetti ero da un’altra parte. Di solito voglio esperire in prima persona quello che accade. Nel caso di Haftanlage c’è voluto un po’ per far capire ai due guardiani che potevano anche lasciarsi andare a gesti affettuosi davanti all’obiettivo: per me s’è trattato fin dall’inizio di documentare anche una storia d’amore, ottenendo un bell’effetto di contrasto con l’ambientazione carceraria.

SB: Il rapporto di fiducia che instauri con le persone che diventano il cuore dei tuoi film è molto importante. Che accordi prendi?

JS: Niente di scritto. Sono accordi orali, ad esempio possono dirmi di non voler apparire in Internet, nei trailer, o in televisione. Fiducia è un termine impegnativo… diciamo che mantenendo un approccio professionale, con riprese scandite in un determinato lasso di tempo, tento di avvicinarmi gradualmente ai soggetti, senza mai esagerare. Più che di fiducia parlerei di libertà, di clima disinvolto. Come regista devo dimostrare onestà e sincero interesse. In certi casi, come con Klaus [protagonista di Der Unfertige] o Manfred e Jürgen [che appaiono sia in Zucht und Ordnung (2012), sia in Ein Wochenende in Deutschland (2013)] le persone danno tanto e lasciano che ti avvicini, in altri, come in Hotel Straussberg (2014) [documentario su un boot camp, sorta di anticamera del progetto Haftanlage] non mi è stato possibile: c’erano troppe persone e il sospetto ha avuto la meglio sull’empatia.

Hotel Straussberg
Hotel Straussberg

SB: Der Besuch (2015) ha tutta l’aria di un cortometraggio improvvisato. Come l’hai fatto?

JS: Con lo smartphone. Due mesi dopo le riprese di Haftanlage sono tornato sul posto per un altro motivo ed è arrivata la nonna del titolare. Era davvero rapita. Ho filmato la sua visita, un vero e proprio sopralluogo, senza nascondere il dispositivo – e lei ha reagito in maniera del tutto naturale, arrivando a salutarmi quando scende le scale per andarsene.

SB: Die sechste Jahreszeit (2015) mi ha fatto una strana impressione… possibile che sia a soggetto?

JS: No, è tutto autentico. Dennis regala sul serio ad Arwed, il suo uomo, una settimana di vacanza nella prigione che questi ha costruito in anni e anni di lavoro. Arwed fa davvero l’agricoltore. L’attività della «prigione-vacanza» gli serve per arrotondare, non è un’occupazione a tempo pieno. Die sechste Jahreszeit è un film sulla passione numero uno di Arwed: in Haftanlage appare come un carceriere tutto d’un pezzo, ma in realtà è lui il primo ad adorare l’idea di essere imprigionato e immobilizzato.

SB: L’età e la differenza d’età sembrano avere un ruolo di primo piano in corti come Wielandstraße 20 [che mostra il privato di Carsten e Jörg, coppia con cinquant’anni di differenza] o nell’intero progetto Haftanlage 4614 [Arwed ha 48 anni, dieci più di Dennis, e in una scena ne parla con affettazione]. Il corto Beziehungsweise [composto da tableaux che immortalano una decina di gruppi di persone, soprattutto coppie, indicando ogni volta nome ed età] è, da questo punto di vista, paradigmatico. È inoltre interessante notare come i tuoi film à la Korine (Crazy Danny Tiger in primis) siano completamenti privi di scene di sesso, che invece abbondano in progetti popolati da individui più anziani ed esteticamente lontani da certi standard di bellezza. C’è la volontà di mettere in discussione canoni estetici e convenzioni relazionali?

JS: È successo quasi per caso. Mettendomi alla ricerca di persone disposte a girare documentari su temi specifici, con scene di nudità e sesso, mi son reso conto che andando in là con gli anni s’incontra una maggiore disponibilità. Le persone sono più aperte, dirette. Ho girato con coppie gay, ma anche etero. In linea di principio i maschi omosessuali hanno meno paura di mostrarsi. Io sono etero. M’interessa la sessualità in generale, vissuta senza paletti, anche con un elemento di esibizionismo. Cercando persone adatte ai temi che volevo indagare, mi sono trovato molto spesso a girare con uomini maturi, omosessuali. Che a volte, davanti all’obiettivo, si comportano come bambini. È la libertà disinvolta di cui parlavo prima.

Haftanlage 4614
Haftanlage 4614

 

Die Sechste Jahreszeit
Die sechste Jahreszeit

SB: Questo conferma una mia impressione: i tuoi non sono film queer.

JS: Sì, non c’è niente di politico o militante. M’è capitato di filmare uomini da soli, in coppia o in gruppo, perché sanno essere teneri, si mostrano volentieri, con slancio. M’interessa quello che sono e che fanno, senza pregiudizi o partigianerie. Da questo punto di vista credo di sfuggire alla normatività discriminante di alcune rappresentazioni non solo estetiche ma anche legate all’orientamento sessuale. L’importante è che i miei protagonisti siano a loro agio, in un «safe place».

SB: Un’altra costante dei tuoi film: certi personaggi, o meglio persone, fanno capolino in più progetti, dando il senso di una commedia umana. Arwed e Dennis, Manfred e Jürgen, Pascal e Jan [i protagonisti di Geliebt]… fino al giovane Dennis Kamitz [protagonista di Crazy Danny Tiger e co-protagonista di Dann is’ es halt so].

Der Unfertige
Der Unfertige

Zucht_und_Ordnung
Zucht und Ordnung

JS: Vero, anche se non c’è un progetto dietro. È un caso, per esempio, che finora abbia esplorato, in molti film, quella che può essere definita una nicchia bdsm. Preferisco vedere il mio percorso come qualcosa di organico, che si sviluppa nel tempo anche in base alle occasioni, ed evita di ripetersi all’infinito.

SB: Thomas Groß descrive i tuoi lavori come Heimatfilme. A me hanno colpito molto i dialoghi di Dann is’ es halt so, con i ragazzi che a lezione d’inglese dicono «Germany is cool», ma anche la bandierina tedesca che sventola fuori dalla casa di Manfred e Jürgen in Ein Wochenende in Deutschland. Quanto di ironico, o di politicamente scorretto tout court, c’è in questa rappresentazione quasi orgogliosa della Germania?

JS: Fa parte della natura dei miei personaggi. Alcuni di loro scherzano con determinati stereotipi, in altri si coglie senza dubbio una sorta di attrazione-repulsione per il passato novecentesco. Io cerco di restare neutrale mostrando situazioni e comportamenti talvolta bollati come devianti o controversi. Non emetto giudizi. Al massimo può trasparire il mio coinvolgimento di osservatore curioso.

La chiacchierata si conclude con uno scambio di Supertipp: dopo aver tentato di spiegargli l’universo di Cinico Tv, sul bloc notes mi segno la miniserie girata da Bruno Dumont per Arte e il nome di Thomas Heise.

Simone Buttazzi
Simone Buttazzi è nato a Bologna nel 1976 e ora vive in Germania. Si è laureato con una tesi sull’immagine-pulsione di Gilles Deleuze e le sue occorrenze cinematografiche. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dall’inglese e dal tedesco), redattore e consulente. In rete, oltre che su Indie-eye Network scrive per numerose testate di Cinema e Letteratura.

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