mercoledì, Ottobre 28, 2020

Il corvo di Henri – Georges Clouzot (Dvd Teodora-CG il piacere del cinema, 2012)

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Titolo Originale: Le corbeau
Origine/Anno:Francia, 1943
Video: 4/3 1.33:1
Audio: Francese Dolby Digital 2.0 | Italiano Dolby Digital 2.0
Sottotitoli: non disponibili
Extra: Vieri Razzini sul film | Trailer | Galleria fotografica

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Prima della presentazione al 62° Festival di Cannes del notevole documentario di Serge Bromberg e Ruxandra Medrea, incentrato sul faraonico film incompiuto L’enfer (1964), Henri – Georges Clouzot era da tempo curiosamente caduto nel dimenticatoio. Il suo nome veniva riesumato per lo più a riguardo del suo prezioso documentario che indagava il metodo picassiano, Le mystère Picasso (1956), ma per il resto la sua opera sembrava condannata ad una distratta sottovalutazione. Eppure, a suo tempo, le pellicole di Clouzot ottennero numerosi successi (come il Leone d’oro per Manon nel ’49 e la Palma d’oro nel ’53 per Le salaire de la peur) e, cosa non trascurabile, gremirono le sale. Il suo fu un cinema non facile da classificare, anche per i Jeunes-Turcs: troppo cupo e spigoloso, congenitamente misantropo, ma soprattutto troppo sincronico alla realtà dell’epoca per rientrare nell’alveo del cinéma de papa (Autant-Lara, Clément, Delannoy) , che di certo preferiva rifugiarsi nel soggetto letterario (spesso romanticheggiante) piuttosto che intraprendere il crudo vaglio dell’attualità. Clouzot, infatti, merita a tutti gli effetti un posto di riguardo nell’ideale tribuna dei migliori cineasti europei, proprio perché è riuscito come pochi altri a radiografare con crudele accuratezza la malattia esistenziale e le tensioni sociali della Francia, che poi sono state anche quelle dell’Europa, del periodo sotto l’occupazione tedesca e del secondo dopoguerra. Un atteggiamento che Clouzot si ritrovò a pagare salatamente nel caso de Il corvo, pietra dello scandalo nella sua carriera. Prodotto con i capitali tedeschi della Continental nella Francia collaborazionista, aspro e graffiante nel ritrarre l’inclinazione alla delazione e al sospetto diffusi nel paese in quegli anni – molti vi ravvisarono un attacco al governo di Vichy – Il corvo venne presto bollato come film ”antifrancese”. A parte il pubblico, scontentò tutti i poteri: violente proteste dalla destra (che lo definì «l’antitesi della rivoluzione nazionale»), dalla sinistra (che lo tacciò di «propaganda nazista») e pure dalla Chiesa, che non riuscì a digerire le posizioni etiche e ideologiche del protagonista. Di conseguenza, all’indomani della Liberazione, in un rinnovato clima di fervente nazionalismo, Clouzot venne processato con l’accusa  di “collaborazionismo” e dunque epurato in quattro e quattr’otto.

Con Il corvo, Clouzot dimostra di saperla già lunga sulla banalità del male, vent’anni prima che Hannah Arendt ne parlasse nel suo libro. E’ un’epidemia delatoria in piena regola, quella scatenata dalle velenose lettere che proliferano nella piccola località di provincia in cui è ambientato il film. Nel suo inchiostro, “il corvo” (così si firma lo sconosciuto mittente) mescola calunnie e verità con perfidia inarrivabile, svelando o inventando di sana pianta scomodi retroscena del privato di svariate persone. Il dott. Germain (Pierre Fresnay), spinto dalla vocazione professionale, tenterà di interrompere la diffusione del morbo scaturito dalla penna del “corvo”, ma non avrà vita facile una volta diventato il bersaglio prediletto delle missive, che lo accusano di praticare aborti clandestini. Dopo l’odio, la diffidenza e il sospetto alla fine arriverà anche la tragedia: da una lettera, un degente dell’ospedale scoprirà che il suo ricovero non è dovuto a un piccolo disturbo, come credeva, bensì a una malattia incurabile e perciò, precipitato in una cupa disperazione, si toglierà la vita.

Tocchi espressionisti con ombre scolpite sulle pareti degli interni, luce abbagliante e inquadrature oblique quando l’azione si sposta sulla piazza, per le strade. Non fa differenza, il male non ha un habitat preferenziale: è in perenne movimento e dilaga ovunque.

Tant’è che uno dei climax del film avviene proprio alla luce del sole, con il linciaggio dell’infermiera Marie (Héléna Manson), eletta capro espiratorio dalla folla berciante. La valenza manichea del conflitto fra luce e ombra si sfalda: come dice il dott. Vorzet (Pierre Larquey) mentre fa oscillare una lampada «Dov’è l’ombra e dov’è la luce? E dov’è la frontiera del male?». Attraverso il suo personaggio, Clouzot ribadisce il proprio radicale scetticismo – in odore di nichilismo céliniano – verso la natura umana, convinto che questa sia originariamente intaccata da germi maligni. L’arma delittuosa non è un pugnale, ma una penna da cui escono parole velenose, che agisce vigliaccamente a distanza: chiunque potrebbe impugnarla.

E per questo Clouzot mette a punto un geniale meccanismo di attese per cui gli ingranaggi del thriller permettono al sospetto che aleggia nel film di contagiare lo spettatore stesso, che si ritrova davanti a un coro di personaggi ambigui, descritto con indubbio sguardo lombrosiano e orchestrato dal regista con precisione maniacale. Seguendo la via lasciata dalla lettere del “corvo”, Clouzot punta l’obbiettivo verso i personaggi nell’atto di vuotare il sacco, costretti loro malgrado a confessare quel che si ostinano a celare: in alcuni casi si tratta di vizi, in altri di scelleratezze, in altri ancora di veri e propri reati. Le maschere sociali cadono, le sovrastrutture collaudate dagli uomini nel corso della storia saltano: l’uomo è nudo.

Il Dvd edito da Teodora-CG è corredato di vari materiali: trailer, una galleria fotografia e – com’è consuetudine nella collana “Il piacere del cinema” – anche una meticolosa ed esauriente disamina storica e stilistica del film a cura di Vieri Razzini.

Diego Baratto
Diego Baratto
Diego Baratto ha studiato filosofia all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Si è laureato con una tesi sulla concezione del divino nella “Trilogia del silenzio di Dio” di Ingmar Bergman. Da sempre interessato agli autori europei e americani, segue inoltre da vario tempo il cinema di Hong Kong e Giappone. Dal 2009 collabora con diverse riviste on-line e cartacee di critica cinematografica. Parallelamente scrive soggetti e sceneggiature.

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