Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

La commedia demenziale sui neonazisti (e sulla Germania profonda) che nessun regista tedesco ha mai avuto il coraggio di girare. 

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Germania, 1945. Cinque tragiche immagini di repertorio montate a raffica. Taglio netto. Germania, 2015. Piano fisso della durata di cinque minuti con un neonazi che scarabocchia qualcosa con una bomboletta (il punto di vista è quello del muro), aizza il pitbull contro una negoziante asiatica, arriva un poliziotto, il giovane scappa rischiando d’investire una vecchina che procede imperterrita col rollator, arriva un reporter che completa il graffito e lo filma: una svastica sbilenca e la scritta «Wheit Pauer», versione analfabeta di ritorno di White Power. Siamo a Prittwitz, cittadina immaginaria al crocicchio tra Brandeburgo, Sassonia e Turingia, nel cuore proletario dell’ex DDR.

Col piano sequenza che apre “Heil”, Dietrich Brüggemann ritorna alla messinscena virtuosistica che l’ha fatto conoscere ai cinefili tedeschi. “Neun Szenen” (2006), il suo debutto nel lungometraggio, era letteralmente composto da nove inquadrature-fiume; “Kreuzweg” (2014) ne aveva invece quattordici, come le stazioni della via crucis. Gli altri due film che portano la sua firma (e quella della sorella Anna in sede di sceneggiatura) sono il notevole “Renn, wenn du kannst” (2010), triangolo amoroso imperniato sulla figura di un giovane invalido, e la «commedia romantica di traslochi» “3 Zimmer / Küche / Bad” (2012), muccinata parecchio ruffiana. “Heil” di tutto si può accusare fuorché di ruffianaggine: è un film slapstick non solo sul fenomeno neonazi, ma più in generale sul politicamente corretto di marca teutonica.

La trama è presto detta. Sebastian Klein (Jerry Hoffmann), saggista nero nato e cresciuto in Germania e autore del best seller Das braungebrannte Land (‘il Paese strinato’, ‘marchiato di bruno’) finisce nelle mani di una scombiccherata cellula neonazista con a capo Sven Stanislawski (Benno Fürmann), che sta tentando di colmare lo spread di like su facebook con un altro leader, popolarissimo nipster (nazi hipster). Dopo averlo rincoglionito con una botta in testa, i neonazi trasformano Klein nella loro marionetta, spedendolo ai talk show e alle business school che contano. Con risultati eccelsi. Tant’è che arriva il momento di prendere un carrarmato e dirigersi verso il confine polacco…

Pochi registi tedeschi hanno trovato il coraggio – e la spudoratezza – di affrontare certi temi senza rete. Lo ha fatto, sempre, il compianto Christoph Schlingensief, i cui film-happening sono purtroppo penalizzati dalla scarsa durata e da uno spirito eccessivamente goliardico. Un titolo su tutti: “100 Jahre Adolf Hitler” (1989), con Udo Kier. Lo fa ancora, con risultati alterni, Oskar Roehler (“Jud Süss – Film ohne Gewissen”, 2010; “Tod den Hippies… es lebe der Punk!!!”, 2015), scambiando con facilità il grottesco col volgare. Brüggemann ha uno stile più trattenuto, ma proprio per questo con “Heil” riesce là dove “Kreuzweg” ha fallito: nell’effetto sorpresa, nella zampata lacerante.

“Heil” è un film molto meno scemo di quel che sembra. Già la presenza di Fürmann nel ruolo principale è significativa, visto che l’attore è da sempre impegnato come testimonial contro l’estrema destra populista. Usando l’armamentario della satira, il film offre un’analisi a tutto tondo del discorso mediatico tedesco degli ultimi anni, mette a nudo le sue ipocrisie, i suoi tentativi di rimozione. Brüggemann ridicolizza tutti: autorità, antifa, polizia ed esercito, élite e minoranze, politici di tutti i colori, e declina in maniera sociologicamente esatta il concetto – tutt’altro che monolitico – di (neo)nazi.

L’unico problema del film è che al di là di battute intraducibili come Geil Hitler (il finto film che un finto Brüggemann promuove nel film), la raffica di riferimenti all’attualità tedesca rischia di essere incomprensibile appena varcato il confine. A cominciare dallo scandalo dei V-Männer (gli infiltrati statali tra le file degli estremisti di destra), spunto chiave per la trama. “Heil” non è un film pensato per l’esportazione.

Tra svastiche tarantiniane intagliate sulla fronte o snaturate per idiozia (agli occhi dei neonazi, la croce uncinata buttata nel cestino diventa un patriottico focolare con tanto di saluto hitleriano), tra colpi di scena e gag nerd esilaranti, “Heil” assolve al proprio compito – divertire – assestando staffilate chirurgiche alla mentalità egemone in Germania. Per capire quanto ce ne fosse bisogno, basta aggiungere che alcuni esercenti berlinesi l’hanno messo in cartellone usando la perifrasi «il nuovo film di Dietrich Brüggemann».

Rubrica: Nuovo Cinema Tedesco. Oggi!

 

 

Dietrich Brüggemann
Heil
Germania - 2015

Con Benno Fürmann, Jacob Matschenz, Jerry Hoffmann, Anna Brüggemann, Peter Trabner, Michael Gwisdek
Durata 95 min